Programma

Segreteria nazionale

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Manuel Santoro – Segretario nazionale

Massimiliano Maiolino – Tesoriere nazionale, Tesseramento
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Massimiliano Grazioli – Responsabile nazionale organizzazione

Roberto Spagnuolo

Svetlana Ivanova

Giandiego Marigo

 

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Il simbolo di Convergenza Socialista è costituito da un quadrato (o cerchio) a sfondo azzurro, con al centro la lettera C e la lettera S, entrambi in bianco, e nel mezzo due simboli: una rosa bianca sopra una stella rossa. In basso, il nome del partito “Convergenza Socialista” in bianco.

Logo Simbolo di Convergenza Socialista

 

 

 

Logo Simbolo di Convergenza Socialista

 

 

Bandiera di Convergenza Socialista
Statuto

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STATUTO DI CONVERGENZA SOCIALISTA

Articolo 1 – CONVERGENZA SOCIALISTA

È costituita l’Associazione denominata “Convergenza Socialista” (in breve CS). E’ assolutamente escluso ogni scopo di lucro.

Convergenza Socialista ha sede legale in Poggio Mirteto, Rieti.

Convergenza Socialista è un partito politico socialista, autonomo ed indipendente da qualsiasi altro soggetto politico e sindacale.

Convergenza Socialista opera prevalentemente sul territorio nazionale, può estendere la propria operatività anche in ambito internazionale ed ha una durata indeterminata.

Si colloca all’interno della sinistra italiana, si propone di creare un retroterra culturale e politico che abbia l’obiettivo di ripensare profondamente il ruolo delle politiche socialiste nella società.

Il Partito si caratterizza sul piano politico per l’aspirazione a farsi centro e promotore di un processo di emancipazione del socialismo, sulla base della convinzione che il socialismo sia ormai orfano di una sua collocazione organizzativa e partitica nella società.

Si riallaccia alla gloriosa tradizione socialista di classe partendo dagli albori e dagli insegnamenti dei padri del socialismo, inteso in senso largo, senza dogmatismi (Marx, Turati, Gramsci, Proudhon, Engels e Lenin, così come Labriola, Trotsky, Bakunin, Kuliscioff, Luxemburg e tanti altri) e riprendendo tali insegnamenti proietterà le politiche socialiste al presente e al futuro.

Si caratterizza per la volontà di divenire punto di riferimento e di aggregazione  di tutti coloro che, pur provenendo da diverse scuole politiche, riconoscono nella difesa dei deboli del mondo e nella lotta al capitale la motivazione primaria del proprio iter procedurale.

Convergenza Socialista si propone di realizzare attività editoriale, tipo produzione, stampa, divulgazione e diffusione di libri, quaderni, giornali online e non, produzione e diffusione di filmati, per il conseguimento della propria attività politica.

Convergenza Socialista si propone di presentare le proprie liste nelle competizioni elettorali con il proprio simbolo.

 Articolo 2 - GLI ISCRITTI

Tutti i cittadini, non iscritti a nessun altro movimento o partito politico, possono iscriversi a Convergenza Socialista, senza distinzione di età, di nazionalità, di appartenenza sociale, confessionale, d’identità di genere o di orientamento sessuale, purché si riconoscano nei valori espressi dal presente Statuto, ne facciano domanda e abbiano compiuto i 16 anni di età.

I cittadini iscritti al Partito non possono essere aderenti a gruppi consiliari diversi da quello di Convergenza Socialista, così come non possono presentarsi all’interno di liste elettorali diverse da quelle di CS.

L’adesione è libera e volontaria, e comporta la condivisione dei principi, dei programmi e dell’azione politica prefissata, il rispetto del presente Statuto, e l’impegno a collaborare alla realizzazione degli scopi preposti dalle norme statutarie.

L’iscrizione è annuale e individuale; avviene attraverso il versamento della quota annuale stabilita dalla Direzione nazionale, se in carica, oppure in sua mancanza, dal Tesoriere nazionale, che vale da accettazione dei principi ispiratori di Convergenza Socialista, del presente Statuto e delle norme interne che ne regolano il Partito.

L’iscrizione al Partito è gestita ed approvata dalla Segreteria nazionale, se in carica, oppure da organo designato dal Segretario nazionale.

Le modalità di iscrizione sono stabilite da apposito regolamento per il tesseramento. Gli introiti delle quote del tesseramento devono essere suddivisi fra il livello nazionale e i diversi livelli territoriali, sulla base del regolamento per il tesseramento.

Tutti i candidati di Convergenza Socialista ad eventuali consultazioni elettorali dovranno essere 1) iscritti al partito con una anzianità di iscrizione di almeno 180 giorni; 2) militanti espressione diretta della sezione di competenza.

I candidati dovranno dichiarare eventuali procedimenti giudiziari a loro carico.

Articolo 3 – PRIORITA’ DI CONVERGENZA SOCIALISTA

La priorità politica di Convergenza Socialista è territoriale. Con il lavoro territoriale, Convergenza Socialista ha l’obiettivo di radicarsi nei territori, sviluppando e delineando nelle singole comunità l’azione politica del partito, e di costituire sezione locali.

L’azione politica di Convergenza Socialista è altresì tematica. Con il lavoro tematico, Convergenza Socialista affronta nei dettagli le maggiori problematiche politiche, sociali ed economiche, di livello nazionale ed internazionale, arrivando alla formulazione di disegni di legge.

Articolo 4 - DIRITTI E DOVERI DEGLI ISCRITTI

L'iscritto a Convergenza Socialista ha diritto a:

• partecipare all’elaborazione politico-programmatica del Partito

• avere accesso alle informazioni su tutti gli aspetti della vita del Partito

• conoscere lo stato patrimoniale, nonché lo stato dei capitoli di bilancio del Partito

• ricorrere agli organismi di garanzia e riceverne tempestiva risposta qualora si ritengano violate le norme del presente Statuto, quanto a diritti e doveri loro attribuiti

L'iscritto a Convergenza Socialista ha il dovere di:

•          saldare le quote d’iscrizione annuale

•          partecipare all’azione politica nelle sezioni territoriali del Partito

•          favorire la divulgazione e l’incremento delle adesioni al Partito

•          mantenere un comportamento che non infanghi né leda la dignità umana degli altri iscritti

•          non nuocere, nei rapporti all'esterno, all'immagine del partito né a quella dei suoi iscritti; non divulgare all'esterno e-mail, notizie od informazioni ad uso interno o comunque confidenziali

•          rispettare il presente Statuto

La Commissione di garanzia sanzionerà comportamenti difformi dai doveri del singolo iscritto, comunque segnalati, con:

- richiamo orale

- richiamo scritto e formale

Articolo 5 – LE SEZIONI TERRITORIALI

Convergenza Socialista si articola in Sezioni territoriali, a livello comunale o municipale.

Inizialmente, in ogni territorio, comunale o municipale, viene nominato un referente il quale è un iscritto a Convergenza Socialista. I referenti territoriali vengono nominati dal Segretario nazionale.

Quando nel territorio, comunale o municipale, si raggiunge il numero di almeno sette (7) iscritti per comuni o municipi sino a 3.001 abitanti, almeno nove (9) iscritti per comuni o municipi da 3.001 a 10.000 abitanti, almeno undici (11) iscritti per comuni o municipi da 10.001 a 30.000 abitanti, almeno sedici (16) iscritti per comuni o municipi con oltre 30.001 abitanti, è possibile costituire formalmente una Sezione territoriale. In questo caso tutti gli iscritti del comune o del municipio interessato sono convocati, si riuniscono in assemblea ed eleggono democraticamente, con la maggioranza dei voti validamente espressi dagli iscritti presenti, il Consiglio Direttivo della Sezione territoriale, composto almeno da cinque (5) membri e da un massimo di undici (11) membri, il Segretario della Sezione territoriale ed il Tesoriere della Sezione territoriale, con l’ausilio del Presidente della Commissione nazionale di Garanzia.

L’Assemblea di Sezione elegge democraticamente i delegati per l’Assemblea della Federazione zonale seguendo le regole assembleari in vigore.

Non possono partecipare all’Assemblea né sono eleggibili gli iscritti che non siano in regola con il pagamento della quota di iscrizione dovuta per l’anno in corso e che, alla data di convocazione dell’Assemblea, non abbiano una anzianità di iscrizione di almeno 180 giorni.

Le elezione di tutte le cariche della Sezione territoriale sono ritenute valide con la presenza almeno della metà degli iscritti. Gli eletti sono rieleggibili secondo un modus operandi meritocratico, coadiuvato dal Presidente della Commissione nazionale di Garanzia.

Ciascun iscritto a Convergenza Socialista può far parte di una sola Sezione territoriale e non può avere più di un ruolo (massimo 1 ruolo) all’interno del partito.

La Sezione territoriale adopererà il simbolo di Convergenza Socialista in conformità con l'Art. 19 del presente Statuto aggiungendo ad esso la propria appartenenza territoriale (Es. “Convergenza Socialista – Sezione comunale di Tivoli”, oppure “Convergenza Socialista – Sezione municipale di Roma V”).

La Sezione territoriale si doterà di strumenti propri indirizzati alla comunicazione sul territorio.

Gli Italiani residenti all’estero possono creare sezioni nei rispettivi territori di residenza sulla base delle norme statutarie, e con i medesimi doveri e diritti.

Articolo 6 – LE SEZIONI DI FEDERAZIONE PROVINCIALI (O ZONALI)

Le Federazioni provinciali o zonali rappresentano dei raggruppamenti di Comuni o Municipi di uno stesso Comune. Le Zone sono de facto le Province d’Italia. Solo se abolite useremo il termine Zona al posto del termine Provincia.

Quando in una Federazione provinciale si costituiscono Sezioni territoriali in almeno il 60% dei Comuni e dei Municipi della Provincia, è possibile costituire formalmente una Sezione della Federazione provinciale. In questo caso tutti i delegati eletti dalle Sezioni territoriali sono convocati, si riuniscono in assemblea ed eleggono democraticamente, con la maggioranza dei voti validamente espressi dai delegati presenti, il Consiglio Direttivo della Federazione provinciale, composto almeno da sette (7) membri e da un massimo di undici (11) membri, il Segretario della Sezione della Federazione provinciale ed il Tesoriere della Sezione della Federazione provinciale, con l’ausilio del Presidente della Commissione nazionale di Garanzia.

L’Assemblea della Sezione della Federazione provinciale elegge democraticamente i delegati per l’Assemblea regionale seguendo le regole assembleari in vigore.

Non possono partecipare all’Assemblea né sono eleggibili gli iscritti che non siano in regola con il pagamento della quota di iscrizione dovuta per l’anno in corso e che, alla data di convocazione dell’Assemblea, non abbiano una anzianità di iscrizione di almeno 180 giorni.

Le elezione di tutte le cariche della Sezione della Federazione provinciale sono ritenute valide con la presenza almeno della metà dei delegati. Gli eletti alle cariche della Sezione della Federazione provinciale sono tenuti a continuare la loro militanza attiva nelle Sezioni territoriali di appartenenza. Gli eletti sono rieleggibili secondo un modus operandi meritocratico, coadiuvato dal Presidente della Commissione nazionale di Garanzia.

La Sezione della Federazione provinciale adopererà il simbolo di Convergenza Socialista in conformità con l'Art. 19 del presente Statuto aggiungendo ad esso la propria appartenenza provinciale (Es. “Convergenza Socialista – Federazione provinciale Lodi”, oppure “Convergenza Socialista – Federazione provinciale Roma”).

Le Federazioni provinciali coordinano l’azione organizzativa delle Sezioni territoriali interessate.

Le Federazioni provinciali si doteranno di strumenti propri indirizzati alla comunicazione sul territorio.

Articolo 7 – LE SEZIONI DI FEDERAZIONE REGIONALI

Quando in una Regione si costituiscono Sezioni di Federazione provinciali in almeno il 60% delle Federazioni provinciali, è possibile costituire formalmente una Sezione di Federazione regionale. In questo caso tutti i delegati eletti dalle Sezioni di Federazione provinciali sono convocati, si riuniscono in assemblea ed eleggono democraticamente, con la maggioranza dei voti validamente espressi dai delegati presenti, il Consiglio Direttivo della Sezione di Federazione regionale, composto almeno da nove (9) membri e da un massimo di tredici (13) membri, il Segretario della Sezione di Federazione regionale ed il Tesoriere della Sezione di Federazione regionale, con l’ausilio del Presidente della Commissione nazionale di Garanzia.

L’Assemblea della Sezione di Federazione regionale elegge democraticamente i delegati per il Congresso nazionale seguendo le regole assembleari in vigore.

Non possono partecipare all’Assemblea né sono eleggibili gli iscritti che non siano in regola con il pagamento della quota di iscrizione dovuta per l’anno in corso e che, alla data di convocazione dell’Assemblea, non abbiano una anzianità di iscrizione di almeno 180 giorni.

Le elezioni di tutte le cariche della Sezione di Federazione regionale sono ritenute valide con la presenza almeno della metà dei delegati. Gli eletti alle cariche della Sezione di Federazione regionale sono tenuti a continuare la loro militanza attiva nelle Sezioni territoriali di appartenenza. Gli eletti sono rieleggibili secondo un modus operandi meritocratico, coadiuvato dal Presidente della Commissione nazionale di Garanzia.

La Sezione di Federazione regionale adopererà il simbolo di Convergenza Socialista in conformità con l'Art. 19 del presente Statuto aggiungendo ad esso la propria appartenenza zonale (Es. “Convergenza Socialista – Federazione regionale Lazio”, oppure “Convergenza Socialista – Federazione regionale Lombardia ”).

Le Sezioni di Federazione regionali coordinano l’azione organizzativa delle Sezioni di Federazione zonale interessate.

La Sezione di Federazione regionale si doterà di strumenti propri indirizzati alla comunicazione sul territorio.

Articolo 8 - ORGANI

Gli organi di Convergenza Socialista sono:

•          Il Congresso nazionale

•          Il Consiglio nazionale

•          La Direzione nazionale

•          Il Segretario nazionale

•          la Segreteria nazionale

•          Il Presidente del Consiglio nazionale

•          il Tesoriere nazionale

•          i revisori dei Conti

•          la Commissione nazionale di garanzia

Articolo 9 – IL CONGRESSO NAZIONALE

Il Congresso nazionale è composto dai delegati eletti dalle Assemblee delle Sezioni di Federazione regionali.

Nel caso in cui ci dovessero essere Regioni italiane senza la presenza di Sezioni di Federazione regionali del Partito, il Congresso nazionale sarà composto, per quelle Regioni, dai delegati eletti dalle Assemblee delle Sezioni del livello sottostante.

Nel Congresso nazionale si esprime e si forma al massimo livello la democrazia delegata del Partito. Il Congresso:

• approva a maggioranza dei voti validi espressi la piattaforma politica e programmatica del Partito;

• approva lo Statuto con il voto della maggioranza assoluta degli aventi diritto;

• elegge, con la maggioranza dei voti validamente espressi dai delegati presenti, il Segretario,  membri del Consiglio nazionale, la Commissione di Garanzia, i Revisori dei Conti.

Il Congresso nazionale è composto da delegati democraticamente eletti in rappresentanza degli iscritti e degli elettori sulla base del regolamento congressuale.

Il primo Congresso fondativo del Partito si svolgerà, in via ordinaria, nell’anno in cui sarà raggiunta la costituzione e la formalizzazione di tutte le Sezioni di Federazione regionali. Dal secondo Congresso in poi, ogni due anni ed è convocato dal Segretario nazionale sentito il Consiglio nazionale.

Il Congresso straordinario può essere convocato dal Consiglio Nazionale con maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Il Consiglio Nazionale approva le norme per l’elezione dei delegati e per lo svolgimento del Congresso.

Articolo 10 - IL CONSIGLIO NAZIONALE

Il Consiglio Nazionale è composto da 101 membri, eletti dal Congresso nazionale.

 Il Consiglio Nazionale elegge nella prima seduta il Presidente del Consiglio Nazionale del Partito e il Tesoriere nazionale.

Il Consiglio nazionale:

• indirizza la politica nazionale del Partito nell’ambito della linea indicata dal  Congresso e, di regola, conclude le  proprie riunioni con l’approvazione, a maggioranza dei voti validi espressi, di documenti politici;

• elegge la Direzione Nazionale;

Il Consiglio Nazionale è convocato e presieduto dal Presidente del Consiglio Nazionale del Partito. Nel caso di eventuali indisponibilità, quest’ultimo è sostituito dal Segretario nazionale.

Il Consiglio nazionale può essere convocato da almeno un terzo dei suoi componenti.

Per una omogenea uniformità e completezza di aggiornamento sulla vita e attività politica di Convergenza Socialista e per poterne sostenere la continuità di divulgazione informativa, tutti i componenti del Consiglio Nazionale , dei componenti della struttura  organizzativa  sono invitati  alla  sottoscrizione  dell’abbonamento degli organi di informazione del Partito, estendendo l’invito  a  tutti  gli  aderenti che ne manifestassero la possibilità e l’intenzione, quale sostegno alla sua continuazione nel tempo.

Articolo 11 – LA DIREZIONE NAZIONALE

La Direzione nazionale è composta dal Segretario del Partito, da 20 membri eletti dal Consiglio Nazionale, dal  Presidente del Consiglio Nazionale, dal Tesoriere, dal Presidente della Commissione Nazionale di Garanzia, dai Soci fondatori del Partito come da atto costitutivo.

 La Direzione nazionale determina le azioni politiche del Partito dando attuazione al programma ed alle altre decisioni assunte dal Congresso e dal Consiglio nazionale. Essa si articola in Dipartimenti di lavoro.

La Direzione Nazionale, approva entro i termini stabiliti dallo Statuto ed a maggioranza assoluta dei componenti, i bilanci preventivo e consuntivo, i Regolamenti e nomina i Revisori dei Conti.

La Direzione Nazionale è convocata e presieduta dal Segretario; essa è altresì convocata su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti.

La Direzione Nazionale elegge la Segreteria nazionale su proposta del Segretario.

Articolo 12 - IL SEGRETARIO NAZIONALE

 Il Segretario guida il Partito e ne esprime e rappresenta l’indirizzo politico sulla base degli intenti politici del Partito e delle linee di programma.

Al Segretario politico spetta l’attuazione delle linee generali e dei programmi politici, il raggiungimento di accordi ed alleanze, la cura dei rapporti con istituzioni nazionali ed internazionali.

Egli ha il compito di svolgere tutti gli atti a contenuto non economico, non patrimoniale e non finanziario, quali, a titolo esemplificativo e non esaustivo, lo svolgimento di operazioni connesse a tornate elettorali, incluso il deposito del simbolo del Partito, di cui egli ha la custodia, e la delega dei rappresentanti delle liste.

In caso di impedimento o di dimissioni del Segretario politico, il Consiglio Nazionale convoca entro trenta giorni il Congresso nazionale che dovrà essere celebrato entro due mesi.

Articolo 13 - LA SEGRETERIA NAZIONALE

La Segreteria nazionale coadiuva il Segretario con funzioni esecutive. L’attuale Segreteria nazionale e l’attuale Segretario nazionale rimarranno in carica sino al primo Congresso fondativo nel quale saranno eletti tutti gli organi del Partito.

I componenti sono proposti dal Segretario ed eletti, in un unico scrutinio, dalla Direzione Nazionale.

Nell’ambito della Segreteria nazionale, il Segretario può proporre al massimo due Vicesegretari che svolgono funzioni delegate.

Il Segretario può proporre, motivandola, la sostituzione o l’integrazione di uno o più componenti la Segreteria.

Articolo 14 – IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NAZIONALE

Il Presidente del Consiglio Nazionale del Partito ha funzioni di rappresentanza e di garanzia delle decisioni assunte dal Congresso. Egli convoca e presiede il Consiglio Nazionale.

Articolo 15 - IL TESORIERE NAZIONALE

Il Tesoriere, nel rispetto del principio di economicità della gestione ed assicurando l’equilibrio finanziario, cura l’organizzazione amministrativa, patrimoniale e contabile del Partito ed è preposto allo svolgimento di tutte le attività di rilevanza economica, patrimoniale e finanziaria.

Il Tesoriere nazionale ha la rappresentanza legale e giudiziale attiva e passiva del Partito per tutti gli atti inerenti alle proprie funzioni.

Il Tesoriere è coadiuvato da un comitato, formato da massimo 3 componenti compreso il Tesoriere che lo presiede, nominato dal Consiglio Nazionale.

Nell’ipotesi in cui, per qualsiasi causa, il Tesoriere cessi dalla carica prima del termine, il Segretario nomina un nuovo Tesoriere che rimane in carica fino alla successiva convocazionedel Consiglio nazionale.

Il Tesoriere nazionale:

• Redige, e fa pubblicare sul sito-web del Partito, i bilanci preventivi e consuntivi elaborati in modo analitico e documentati.

•  gestisce, insieme al comitato che presiede, il tesseramento

•  gestisce, insieme al comitato che presiede, il libro degli iscritti

• rende conto semestralmente alla Direzione nazionale della situazione economica, patrimoniale e finanziaria del partito

•  è responsabile della gestione del trattamento dei dati personali

Annualmente il Tesoriere nazionale provvede alla redazione del bilancio consuntivo del Partito, composto dallo stato patrimoniale e dal conto economico, corredato da una relazione sulla gestione. Nella redazione di tali documenti si applicano, in quanto compatibili, le norme dettate dal Codice civile per il bilancio e la relazione sulla gestione della società. Il bilancio consuntivo è approvato dalla Direzione nazionale entro il 31 maggio.

Entro il 30 novembre di ogni anno il Tesoriere nazionale sottopone all’approvazione della Direzione nazionale il bilancio preventivo per l’anno successivo.

I bilanci, ed i documenti integrativi obbligatori, vengono pubblicati sul sito del Partito, entro venti giorni dalla loro approvazione da parte della Direzione Nazionale nonché sottoposti agli obblighi di pubblicità previsti dalla vigente normativa in materia di trasparenza di gestione amministrativa dei partiti politici.

Articolo 16 - IL PATRIMONIO

Il patrimonio è costituito da:

• eventuali beni mobili ed immobili che diverranno di proprietà del Partito

• eventuali fondi di riserva, costituiti con le eccedenze del bilancio

• eventuali erogazioni, donazioni o lasciti di privati o di Enti Pubblici

Le entrate del Partito sono costituite:

• dalle quote sociali

• dal ricavato dall'organizzazione delle iniziative ed attività sociali

• da ogni altra entrata che concorra ad incrementare l'attività sociale

Il rendiconto  preventivo  è il  documento finanziario che riassume l’attività di movimento e costituzione  di cassa che vengono determinati in previsione, per l’attività economica del Partito con la specifica e consistenza dei fondi pervenuti a seguito di raccolta pubblica ed occasionalmente anche mediante  offerte  di  beni e servizi, che siano corrisposti in concomitanza di manifestazioni e similari comunque in ottemperanza di quanto disposto dal D.lgs.460/97. Esso è approvato dalla Direzione nazionale.

Tutte le Sezioni territoriali, le Sezioni di Federazione provinciali, le Sezioni di Federazone regionali previste dal presente Statuto nazionale, devono essere preventivamente consigliate e coadiuvate per gli aspetti legali, patrimoniali e finanziari dalla Commissione nazionale di Garanzia e dal Comitato di Tesoreria nazionale.

Tutte le articolazioni del Partito, dagli iscritti a tutte le Sezioni, sono responsabili civilmente e penalmente di quanto operato ed intrapreso a norma delle vigenti leggi, ma programmato e posto in essere in deroga a quanto stabilito dalla Direzione nazionale e dal Comitato di Tesoreria nazionale. Ciascuna struttura organizzativa risponde esclusivamente degli atti e dei rapporti giuridici da essa posti in essere ed in quanto diretti esecutori, indipendentemente da quelli compiuti dalle altre articolazioni (i.e. Sezioni, organi, ecc). Ciascuna articolazione non è responsabile per gli atti compiuti dalle altre articolazioni.

Articolo 17 – REVISORI DEI CONTI

Il bilancio deve essere certificato da un collegio composto da esperti di materia contabile nominati dalla Direzione nazionale in conformità alle disposizioni di legge, nonché a tutte le verifiche e riscontri previsti dalla vigente normativa.

I componenti del collegio hanno accesso, anche disgiuntamente, su delega del collegio stesso, ai libri ed alle scritture contabili nonché ai correlativi documenti amministrativo-contabili.

L’incarico di componente il Collegio dei revisori è incompatibile con le cariche di Partito.

Nel caso di decesso, dimissioni o revoca dell’incarico, la Direzione nazionale provvederà alla sostituzione.

Articolo 18 – COMMISSIONE NAZIONALE DI GARANZIA

Le funzioni di garanzia relative alla corretta applicazione dello Statuto e dei Regolamenti nonché ai rapporti interni a Convergenza Socialista sono svolte dalla Commissione nazionale di Garanzia, che viene eletta dal Congresso Nazionale ed è composta da 11 membri.

I componenti della Commissioni di Garanzia sono scelti fra gli iscritti del Partito di riconosciuta competenza ed indipendenza.

L’incarico di componente della Commissioni di Garanzia è incompatibile con l’appartenenza a qualunque altro organo del Partito.

La Commissione di Garanzia elegge al suo interno un Presidente ed un Segretario che può essere riconfermato una sola volta.

La violazione delle norme del presente statuto e dei regolamenti interni da parte degli iscritti comporta, a seconda della gravità e nel rispetto del principio di proporzionalità, la sanzione dell’ammonizione, della sospensione e dell’espulsione. Con apposito regolamento, proposto dalla Commissione nazionale di Garanzia, ed approvato a maggioranza assoluta dal Consiglio Nazionale, sono disciplinate le modalità di convocazione e svolgimento delle sedute delle commissioni ai diversi livelli, di assunzione delle decisioni nonché di pubblicità delle stesse.

La Commissione di Garanzia vigila sulla corretta applicazione del presente Statuto e delle disposizioni emanate sulla base dello stesso, nonché sul loro rispetto da parte degli iscritti e degli organi del Partito.

Ciascun iscritto può presentare ricorso alla Commissione di Garanzia, in ordine al mancato rispetto del presente Statuto, previa analisi da parte della stessa.

Articolo 19 - IL SIMBOLO

Il simbolo di Convergenza Socialista è costituito da un quadrato (o cerchio) a sfondo azzurro, con al centro la lettera C e la lettera S, entrambi in bianco, e nel mezzo due simboli: una rosa bianca sopra una stella rossa. In basso, il nome del partito “Convergenza Socialista” in bianco. (Allegato A e B)

Programma politico di Convergenza Socialista

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Prima le lavoratrici e i lavoratori: verso il Socialismo

Bozza di programma

Europa e politica estera

    • Per un’Europa socialista
    • Cancellare il Fiscal Compact
      • da sostituire con il Social Compact
    • Azzerare i trattati europei
      • da sostituire con una Costituzione europea socialista
    • Per un’Europa di pace e per la pace
      • per una intesa politica con l’EuroAsia
    • Azzeramento internazionale della NATO

Economia, banche e finanza

    • Basta con i paradisi fiscali e la centralità della finanza
    • Stop al TTIP
    • Rendere pubblico tutto quello che è di pubblica utilità
      •  il sistema bancario, la grande industria, le risorse naturali, beni e servizi di base;  lo Stato dovrà essere l’unico erogatore e controllore dei beni e servizi essenziali, tra i quali: sanità, istruzione, elettricità, gas, acqua, ambiente, ecc
    • Definizione di un piano industriale ecologicamente compatibile
    • La politica monetaria deve essere totalmente in mano pubblica (i.e. Tesoro europeo)
    • Incentivare l’Industria 4.0
      • liberazione dal lavoro/liberazione del lavoro e socializzazione dei mezzi di produzione e distribuzione della ricchezza
      • proprietà delle imprese di produzione e di distribuzione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori, e loro ingresso nei consigli di amministrazione
    • Patrimoniale sulle grandi ricchezze
    • Riduzione sostenuta dell’IVA

Lavoro e previdenza

  • Fronte occupazionale
    • istruzione, formazione di base, inserimento, aggiornamento professionale, formazione continua, riqualificazione
    • valorizzazione del lavoro finalizzato ai bisogni della persona
      • sanità
      • assistenza sociale/familiare
      • previdenza
      • attività motoria per la famiglia
    • investimenti territoriali stimolati dalle aziende che attivano il welfare negoziato
    • integrazione dei centri in rete regionale/nazionale/europea per ampliare occasioni di lavoro partendo dalle esigenze locali
    • sostegno agli investimenti in capitale umano e competenze per poter accedere alle possibilità di lavoro senza blocchi all’entrata
    • riqualificazione dei lavoratori in modo personalizzato e non indifferenziato
    • per sostenere concretamente il mondo del lavoro occorre puntare su tutti gli strumenti che tutelano il ciclo lavorativo della persona
    • diffusione del welfare negoziato ad ogni livello (nazionale, territoriale, aziendale, individuale)
    • investimenti nelle nuove tecnologie e nell’innovazione
    • attivazione centri provinciali del lavoro per programmare attività del mercato del lavoro territoriale
    • programmare la ricollocazione dei lavoratori secondo gli sviluppi del mercato del lavoro che tende ad aumentare posti ad alto valore tecnico.
    • pianificare necessità di formare lavoratori in attività socio-assistenziali
    • valutare ipotesi di redistribuzione del tempo di lavoro in base ad un orario settimanale più breve, con un range oscillante dalle 30 sino alle 20 ore
    • promuovere forme di conciliazione della vita lavorativa e familiare tramite organizzazione telematica del lavoro (smartwork e telework), come nuove forme ordinarie di lavoro.
    • produttività del lavoro deve integrare i benefici per la collettività locale: produttività sociale
    • retribuzione minima salariale parametrata come quota maggiorata della pensione minima
  • Fronte previdenziale
    • fiscalità generale
    • ripartizione (da portare gradualmente al minimo sino azzerarla)
    • contribuzione pubblica a capitalizzazione definita
    • Tutti i contributi ulteriori vengono girati per garantire le pensioni minime
    • rispetto agli investimenti finanziari ordinari e, soprattutto, vs la speculazione finanziaria
    • accantonamento previdenziale non deve essere soggetto agli andamenti di PIL, in quanto espressione di una produttività già esaurita che non può essere in balia dei rischi del mercato, per cui deve essere garantito un rendimento minimo per il bene dei bisogni futuri.
    • è opportuna una tempestiva rimodulazione delle fonti di finanziamento previdenziale, in funzione dell’orizzonte previdenziale cui sono destinate: breve, medio o lungo.
    • lo Stato deve garantire la copertura dei “buchi lavorativi” dovuti a contratti non continuativi cui soggiacciono i lavoratori
    • pensione minima parametrata sul livello di povertà assoluta
    • pensione massima fissata come multiplo della minima
    • creazione di ulteriori agevolazioni e tutele speciali per il credito previdenziale
    • pensare alla creazione di una fonte di finanziamento costituita da BTP previdenziali, a copertura di erogazioni momentanee di pensioni e in funzione della sostituzione a regime del sistema a ripartizione, troppo vincolante per il l’economia reale (mercato del lavoro e la sua produttività individuale e sociale).
  • Reintroduzione dell’Art. 18 e nuovo Statuto dei Lavoratori
    • per massimizzare i diritti di lavoratrici e lavoratori
  • Riduzione dell’età pensionabile

Politiche sociali

  • Sistema sanitario completamente pubblico, gratuito ed efficiente
  • Riqualificazione, manutenzione e rimessa a disposizione di abitazioni popolari
    • con eventuali investimenti di costruzione degli alloggi dequalificati e sfitti del patrimonio immobiliare dei concessionari per le case popolari. Tali alloggi, devono essere messi a disposizione del sociale.
  • Riduzione sostenuta delle tariffe dei servizi essenziali
  • I servizi essenziali in mano pubblica
    • Il pubblico, non il privato, sia erogatore e controllore di tali servizi tra i quali (sanità, istruzione, elettricità, gas, acqua, ambiente, ecc)
  • Riqualificazione e reorganizzazione sociale e culturale delle periferie delle nostre città
    • con la creazione di settori di supporto efficenti per servizi alla persona ed organizzazione della cultura e degli eventi, implementazione di centri sociali autogestiti e controllati democraticamente dal territorio.
  • Creazione delle “Case della Salute” con inglobamento dei servizi ambulatoriali di territorio
    • tali case debbono poter intervenire in modo fattivo sui settori più “economicamente onerosi” quali le cure dentistiche, la rieducazione e la prevenzione fisioterapica, l'assistenza agli anziani ed ai disabili presso le loro abitazioni, assistenza ed accompagnamento dei malati psichici, salute pubblica.
  • Riqualificazione e messa in sicurezza dei territori
    • con salvaguardia e tutela dell'ambiente , del paesaggio e dei beni culturali presenti sul territorio medesimo con valorizzazione del suddetto patrimonio storico ed architettonico, riorganizzazione in termini di controllo e partecipazione collettiva dei settori della gestione ambientale , dei beni comuni e della green economy
  • Valorizzazione del kilometro zero e della distribuzione locale, con creazioni di “case del cibo”
    • che vadano ad agglomrare ed unificare i servizi di assistenza alle povertà pubblici privati e confessionali in una struttura che parta dalle esigenze reali e non dalla dichiarazione di tali esigenze, con un contatto diretto con le strutture sociali e gli assessorati che si occupano dei servizi alla persona. Creazione di orti sociali finalizzati anche alla distibuzione “fuori mercato” di beni di prima necessità, collegamento di tale struttura con l'azione “scuola-società. Collaborazione sapienziale ed organizzativa con anziani abili.
  • Creazione di orti sociali
    • finalizzati anche alla distibuzione “fuori mercato” di beni di prima necessità, collegamento di tale struttura con l'azione “scuola-società. Collaborazione sapienziale ed organizzativa con anziani abili.
  • Valorizzazione delle capacità intrinseche dell territorio
    • con case editrici letterarie e musicali cooperative, più o meno autogestite, ma certamente controllate democraticamente, valorizzazione delle capacità artigianali e delle valenze artistiche figurative e cinematografiche, creazioni di “Mercati d'alternativa” che sfuggano alle leggi di un mercato funzionale unicamente al profitto per lavorare sui bisogni e sulle qualità.

Scuola e Università

  • Sistema scolastico completamente pubblico, gratuito ed efficiente
  • Rafforzare con risorse ed investimenti la ricerca scientifica e il ruolo delle università
  • Rilancio della cultura diffusa
    • liberando i comuni dai laccioli che impediscono una reale Funzione di stimolo e volano in questo senso, creazione di una rete stabile di intellettuali, insegnanti ed operatori culturali che lavori in tale direzione.
  • Reintroduzione nella scuola dell'educazione civica
Il Manifesto del Socialismo

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Da che cosa cominciare?

 

Sul socialismo largo organizzato inteso come sistema della società strutturalmente alternativo al capitalismo

 
Su L’Ideologia Socialista

Pochi anni indietro abbiamo avviato il percorso della costruzione di una soggettività politica e partitica del tutto slegata dalle beghe del residuale socialismo italiano, e lo abbiamo fatto non per saccenteria o egocentrismo ma per la semplice presa di coscienza che riavviare un discorso socialista richieda oggi spostarsi su un terreno del tutto nuovo, lontano dalle macerie del socialismo italiano, e cominciare a lavorare dalle fondamenta per la costruzione di una soggettività che sia nuova seppur incameri l’insegnamento fatto di lotte, vittorie e sconfitte, dei decenni passati.

Avevamo capito alcuni anni fa che se il socialismo è la necessaria alternativa alla centralità del capitale, le soggettività politiche che in Italia ed in Europa si definivano socialiste erano ormai poco più che inutili aiutanti di quel mondo liberal-globalista che da diversi decenni si è andato istaurando ovunque. L’idea stessa del socialismo in quanto alternativa era stata tradita dall’interno e in modo definitivo. Ora si tratta di ricostruire.

Non si tratta di ricostruire solo un soggetto politico socialista. Non è assolutamente pensabile poterlo fare senza un processo chiarificatore su cosa sia il socialismo e quali debbano essere le direttrici politiche e programmatiche per avviarci sul giusto sentiero. Se il socialismo, come è ovvio, non è solo diritti civili, come in tanti hanno cercato di farci credere, ma è l’alterativa di struttura al nostro mondo globalizzato, allora esso va definito, collocato nel tempo e nello spazio in modo chiaro. Il compito di questa rivista sarà, quindi, duplice. Da una parte, ridare dignità e anima teorica al socialismo assiomaticamente inteso come proprietà comune e controllo democratico dei mezzi di produzione; dall’altra, avviare un discorso tematico, definire un programma politico, di fase, iniziando dai temi primari (economia, sociale, lavoro, previdenza, banche e finanza, ecc.) che ci aiuti a definire il tragitto da seguire. Se la parte teorica serve a indicare un luogo di arrivo, la parte tematica traccia la via definendo quel programma politico, cangiante e dinamico a seconda dell’evoluzione politica nazionale ed internazionale, necessario alla costruzione del partito.

Alcuni anni fa scrissi che “il socialismo” era “ormai orfano di una sua collocazione organizzativa e partitica nella società” e che “lentamente il militante socialista che aveva un punto di riferimento consolidato nel tempo, si è visto orfano e, vagando negli anni alla ricerca di un approdo familiare, si è culturalmente trasformato in qualcosa di diverso oppure eclissato nell’indifferenza”. Mi pare che i fatti siano proprio in questi termini. Dobbiamo invertire la rotta. Ecco perché la necessità di questa rivista. Una rivista teorica del socialismo.

Perché allora chiamarla L’Ideologia Socialista? Perché il termine Ideologia?

Premetto che questa rivista non sarà affatto dogmatica. Al contrario. Accoglieremo gli insegnamenti dei padri del socialismo, inteso in senso largo, senza preclusioni. Non saremo dogmatici con Marx, così come non lo saremo con Turati. Prenderemo in prestito attualizzandoli gli insegnamenti di Gramsci, Proudohn, Marx, Engels, Turati e Lenin, così come quelli di Labriola, Trotsky, Bakunin e tanti altri.

Siamo noi a dover rifondare il socialismo, e sarà nostro l’onere di ricreare le condizioni teoriche per il risveglio del socialismo in questo secolo.

Tornando, quindi, al termine “ideologia”. Alcune considerazioni sul termine sono dovute poiché già sento l’avvicinarsi delle obiezioni di molti data la marxiana accezione negativa del termine ideologia in quanto “falsa coscienza”. Al netto di questa prima connotazione negativa di Marx e Engels che il lettore troverà nel lavoro L’ideologia tedesca, in una sorta di lotta dicotomica tra i termini scienza e ideologia, lo studio e le valutazioni del termine sono andate modificandosi nel tempo acquisendo una accezione positiva, non illusoria o visionaria, ma necessaria. Seppur Marx e Engels siano andati modificando l’opinione sul termine, è il Gramsci che dichiara come l’ideologia sia il “terreno su cui gli uomini si muovono” e costata come “per Marx le ideologie sono tutt'altro che illusioni e apparenza; sono una realtà oggettiva ed operante, ma non sono la molla della storia, ecco tutto. Non sono le ideologie che creano la realtà sociale, ma è la realtà sociale, nella sua struttura produttiva, che crea le ideologie”. Siamo qui naturalmente nel campo marxiano per cui scienza è la realtà oggettiva che opera nella struttura produttiva, mentre ideologia è la realtà oggettiva che opera nelle sovrastrutture.

Ma l’ideologia è naturalmente teoria che non può incidere sulla realtà sociale se non attraverso l’azione politica diretta. E in quanto teoria che deve avere una ricaduta pratica, definiamo ideologia come un insieme strutturato e logico di idee atte alla definizione politico-programmatica di struttura e sovrastrutture per una alternativa di società. Usciti dal terreno dell’analisi, bisogna proporre un’alternativa di società e l’ideologia diviene, così come definita, lo strumento per la costruzione di un modello di società alternativo, raggiungibile attraverso l’attuazione di un preciso programma di fase. Programma che ha nell’analisi della realtà sociale il suo punto di partenza.

In questo senso l’ideologia continua a non creare la realtà sociale, così come affermato da Gramsci e Marx, ma può creare le basi programmatiche per una graduale trasformazione della realtà sociale attraverso l’azione del partito. Smette inoltre di essere falsa coscienza poiché l’impianto ideologico si fa promotore di una presa di coscienza della realtà sociale e ancorandosi ai processi produttivi in atto cerca di definire la via per l’alternativa di società.

L’ideologia Socialista, quindi, dove il termine Socialista definisce naturalmente un indirizzo politico chiaro.

 

Sul risveglio ideologico socialista

Le società moderne sono dilaniate da processi di impoverimento progressivo di tipo culturale e sociale da diversi decenni. Il capitalismo finanziario ha, da un lato, progressivamente distrutto, con la complicità della politica, lo stato sociale il quale era da considerare il minimo sindacale, l’ultimo baluardo agli egoismi di pochi e, dall’altro, spostato con forza crescente pezzi di ricchezza dai meno abbienti ai più ricchi.

Chi suo malgrado si trovava nelle classi sociali meno abbienti è scivolato sempre più verso il baratro mentre la ricchezza a livello globale andava concentrandosi in poche mani. Il sistema di società dentro il quale questi processi sociali avvengono spontaneamente ha nell'accumulo del capitale il suo baricentro. Il capitalismo, molto semplicemente, costruisce la propria piattaforma ideologica sulla centralità del capitale. Prima il capitale e poi, forse, l’essere vivente.

E se volessimo provare ad invertire i fattori?  Per farlo dovremmo lavorare sull’alternatività di sistema. Dovremmo risvegliare l’unico antagonista che può non solo frenare i processi selvaggi del capitalismo ma porre l’essere vivente, non solo l’essere umano, prima del capitale. Il socialismo, appunto.

Il grande capitale, i nostri padroni moderni, le grandi multinazionali che schiavizzano il lavoro ovunque sia possibile, hanno sempre avuto timore di una completa ed esaustiva alternatività ideologica, strutturale, allo status quo, quando cioè la lunga via al socialismo aveva anima e corpo e la visione in una società diversa era reale, tangibile, nella discussione politica internazionale e tra la gente. Ora non più. Scomparsa la visione di una alternatività di sistema, scomparsa l’ideologia socialista dal lessico della politica, non vi è alcun argine al dilagare della povertà culturale e sociale delle nostre società moderne. Si parla di sinistra, e sono diverse, e ci si perde senza poter scalfire minimamente l’ideologia dilagante della centralità del capitale. Perché? Semplicemente perché sinistra è l’antitesi della destra, non del modello di società basata sulla centralità del capitale. Essere di sinistra non significa affatto essere necessariamente per una alternatività di sistema. La diade “sinistra-destra” può tranquillamente vivere all’interno della società capitalista, senza alcuna contraddizione ideale o ideologica apparente. La diade “socialismo-capitalismo” ovviamente no in quanto essi sono due sistemi di società alternativi per definizione.  

Se dunque, oggi, non ci sono più gli argini che possano almeno rallentare la dilagante avanzata dello sfruttamento capitalista a livello mondiale, è necessario costruirne di nuovi e a livello internazionale. Abbiamo compreso la necessità storica di una chiara ripresa del pensiero socialista e di una definitiva formulazione dell’ideologia socialista. Un risveglio ideologico socialista, quindi, è indispensabile.

Piantare la rinnovata bandiera dell’ideologia socialista nelle nostre società è il nostro compito. Il primo passo è stato fatto con la nostra rivista L’Ideologia Socialista, e ora si tratta di far evolvere, far crescere la progettualità socialista intorno a questa boa, a questo punto di riferimento acquisito. Come procedere, quindi, nel caso in cui un completo risveglio ideologico socialista si consideri necessario? In due direzioni parallele: sviluppo politico e organizzazione politica.

Per sviluppo politico si intende il potenziamento graduale ma costante della preparazione politica, intesa sia nella sua componente educativa e istruttiva sia nella sua componente ideologica. Lo sviluppo politico della militanza, e quindi del partito, consiste nello studio profondo della storia politica, della filosofia politica socialista e nell’attrezzarsi con tutti quegli strumenti atti ad analizzare le cause e delineare le soluzioni per le problematiche strutturali delle società moderne. Per organizzazione politica, invece, si intende il raggruppamento omogeneo di regole, pratiche e processi democratici entro il quale si svolge la dialettica socialista del partito ed entro il quale la militanza svolge l’attività politica. Lo sviluppo politico e l’organizzazione politica sono ingredienti necessari, ma non certo sufficienti, per lo svolgimento dell’attività politica socialista in questo secolo.

 

Sulla funzione del partito

L’importanza del tema della necessità del partito inteso come forma organizzativa politicamente organica e ideologicamente coerente si può intendere tenendo conto della sua funzione primaria. Essere contemporaneamente centro di organizzazione e di educazione politica.

Dopo la disfatta della Comune di Parigi, Marx e Engels compresero, dopo una serie di valutazioni sullo stato della politica internazionale, che “non v’era altro da fare” che “un lento lavoro di organizzazione e di educazione”.

Contestualizzando, potremmo affermare che, seppur lontani dalle cause e dagli effetti della Comune, ci troviamo anche noi in una sorta di anno zero, di nuovo inizio per il socialismo e riemerge, quindi, con forza la duplice funzione fondamentale del partito: educare ed organizzare. Educare per la formazione dell’identità culturale e politica socialista, ed organizzare gli iscritti per una efficace azione politica.

Abbiamo già accennato all’importanza dell’educazione ideologico-politica attraverso lo strumento della scuola di partito. E’ altresì importante enfatizzare il ruolo necessario dell’organizzazione del partito. Su questo punto interessanti sono due punti di vista dalle differenze strategiche nulle ma da una palese differenziazione tattica. Se da un lato Rosa Luxemburg, infatti, indicava nell’organizzazione un risultato, e non una premessa, del “processo rivoluzionario”, Lenin al contrario indicava la necessità dell’organizzazione come premessa per qualsiasi evoluzione politica reale. Naturalmente, sempre contestualizzando, e guardando con occhi neutri il nostro mondo nel nostro tempo, l’approccio di Luxemburg è probabilmente quello che si addice maggiormente al nostro “status”, essendo il socialismo ai minimi termini quasi ovunque. Il fine è il medesimo ma oggi, anche la costruzione e la maturazione dell’organizzazione devono essere considerati dei risultati, seppur parziali, del “processo rivoluzionario”, il quale per noi oggi consiste nella rifondazione del socialismo inteso come alternatività di sistema.

Il partito pertanto assume da subito un ruolo stabilizzatore per una comunità politica e di modellamento di una futura classe dirigente, ideologicamente educata e politicamente organizzata per il difficile lavoro territoriale. Il partito è da considerarsi progetto in divenire, dinamico, che cresce o decresce con i flussi politico-culturali della società. Non è un sistema rigido, e può essere un mondo altamente democratico, se lo si vuole, nel quale si discute e si richiede la discussione da parte di tutti. Sicuramente, se il lavoro ideologico-educativo è fatto bene, il partito non sarà mai un luogo dove si entra e si esce a seconda delle personali opportunità.

Ci troviamo, quindi, dinanzi ad un nuovo inizio. Messo da parte, dopo una dura critica storico-politica, lo sviluppo autodistruttivo del socialismo recente, arreso ai richiami del capitale e del liberismo, si tratta di riavviare un discorso antico attualizzandolo. In questo senso, riprendendo Cartesio, così come per coloro che “sono come chi, cominciando ad arricchirsi, non fatica tanto ora, a guadagnare molto, quanto faticava prima, quand'era più povero, a guadagnare di meno”, così è per la crescita di un partito ideologicamente strutturato: aprire nuovi sentieri costa immensa fatica ma una volta aperti si può procedere assai più velocemente.

La funzione del partito rimane strategica nella sua essenza. Il processo educativo ed organizzativo sono di lungo periodo, e di conseguenza, la natura stessa del partito viaggia di pari passo. Esattamente come i grandi potentati, le grandi dinastie e gli ordini religiosi che lavorano al perseguimento dei propri obiettivi nell’arco dei secoli, non anni, la via al socialismo e di conseguenza la costruzione ed il successivo rafforzamento dell’educazione e dell’organizzazione, quindi del partito, è un tragitto lungo nel tempo e nello spazio che non si può ritenere un fuoco di paglia.

 

Sulla comunità socialista

Realizzare politiche socialiste significa avere già la forza costituita di un soggetto politico il quale necessita alle sue spalle di un popolo, una comunità ideologicamente e politicamente preparata e quotidianamente attiva. Senza una comunità socialista formata, non è pensabile poter attuare quelle riforme strutturali necessarie per la conversione del nostro modello di realtà con uno diametralmente alternativo.

Rimane assolutamente di importanza strategica definire una volta per tutte il campo d’azione entro il quale avviare la rifondazione del socialismo, non solo italiano ma internazionale. Dobbiamo sempre essere in guardia da quella malsana idea secondo la quale il socialismo equivalga ad una sorta di riformismo centrista, annacquatamente moderato e blairiano...un velleitario esercizio che renda il capitalismo umanizzato, accettabile alle fibrillazioni del moderatismo di sinistra e alla finanza internazionale, e lavorare per ripensare il socialismo nel nostro secolo come “alternativo” nella sua base strutturale dei processi produttivi.

Naturalmente, così come è posta, la questione della differenza tra i due campi è ideologicamente chiara. E’ tutto da definire, invece, il tragitto da percorrere. La lunga via al socialismo ha sicuramente la sua meta da raggiungere all’interno del campo sopra definito, ma i percorsi possibili possono essere molteplici.

Se il socialismo è ed esiste in quanto alternativa di sistema e di struttura al modello capitalista, se il socialismo è raggiunto nel tempo e nello spazio, se esso diviene realtà, allora i processi riformatori devono teoricamente fermarsi avendo esaurito la propria funzione edificante di emancipazione della persona all’interno di una società progredita. Ma la civiltà umana è molto lontana da tali orizzonti e il percorso da fare richiede un grande risveglio morale e culturale, ideologico, prima che politico.

E’ chiaro, quindi, che il nostro orizzonte non è il capitalismo sociale o socializzato. Esso può essere un passaggio intermedio, ma non di certo l’arrivo. Il socialismo, come sopra descritto, dovrà essere inteso come punto di arrivo puntellato da passaggi in cui l’uomo si emancipa liberandosi dalle catene del capitale. Il passaggio dal capitalismo al socialismo dovrà creare l’emersione delle contraddizioni strutturali che sono proprie della centralità del capitale.

Se, quindi, definiamo il socialismo come un sistema economico-sociale caratterizzato dalla proprietà comune e controllo democratico dei mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza nell’interesse dell’intera comunità (Partito Socialista del Regno Unito, 1904), alternativo al capitalismo in quanto sistema economico-sociale caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, ci è chiaro come le due definizioni siano antitetiche e ci è chiaro il lavoro titanico da compiere per il passaggio da un sistema all’altro.

Torniamo allora al primo paragrafo di questo capitolo. Senza una comunità socialista formata, non è pensabile accedere al socialismo, attraverso una rottura netta con lo status quo oppure attraverso politiche riformatrici che consentano di poter attuare quelle riforme strutturali necessarie per la graduale conversione del nostro modello di realtà con uno diametralmente alternativo. 

Perché serve una comunità socialista? Cosa è una comunità e quali sono i passaggi, gli strumenti politici per modellarla. Per esempio, per discorrere di comunità ideologicamente omogenea, dovremmo forse discutere di educazione ideologica, di coesione ideologica? Se per incidere nella politica reale, quella vera, è necessaria la costruzione di un soggetto politico che rappresenti le istanze ideologiche qui discusse, dietro dovrà esserci una comunità politica omogenea, socialista in questo caso, che dovrà essersi formata in qualche modo. Quali sono gli strumenti per farlo?

 

Dall’ideologia alla comunità, dall’educazione all’identità socialista

Iniziamo con il dire che una comunità è composta da individui attirati da un sentir comune, un comune denominatore, da uno o pochi punti di aggregazione che possono essere culturali, politici, anche ideologici. Sicuramente la forza di tale aggregazione è direttamente proporzionale alla profondità delle affinità in gioco. I legami tra donne e uomini, tra compagni, sarà più forte se l’identità in comune sarà ideologica, fondativa, strutturale, quasi esistenziale. Se l’impianto ideologico è fermo, certo, come le fondamenta di un grande palazzo, su queste basi allora donne e uomini potranno ritrovarsi e condividere una crescita culturale e politica, consapevoli delle solide basi già poste e lavorare per la crescita sostanziale del progetto politico attraverso l’incremento numerico della comunità di cui si è parte effettiva.

Per Gramsci, per esempio, l’individuo, il compagno è parte integrante del gruppo, e nella comunità socialista interagisce paritariamente con gli altri, confrontandosi apertamente e rivendicando anche il confronto. Se il cordone ombelicale ideologico è il collegamento comune su cui costruire una comunità, l’identità socialista diviene il crogiolo entro cui l’insieme delle differenze diviene risorsa poiché vive all’interno di un quadro di società preciso, ideologicamente modellato. Le differenze emergono in quanto questione tattica ma non strategica, ed è nel campo tattico che la discussione permette la crescita politica della comunità socialista.

Il processo di costruzione di una comunità politica, ideologicamente preparata, deve fare i conti con una premessa fondamentale. I compagni arrivano da esperienze diverse, da percorsi politici non necessariamente affini ma che comunque rivedono nel preciso tratto ideologico il punto di riferimento da seguire. L’identità socialista, la quale non è altro che una piattaforma politico-culturale dinamica, in divenire, e formata nel tempo dall’ideologia, richiede un certa evoluzione educativa all’interno della comunità grazie al contributo determinante della stessa comunità.

L’ideologia socialista, quindi, è il quadro ideale entro il quale una comunità socialista si forma attraverso lo strumento dell’educazione per la formazione di una identità culturale e politica socialista.

L’educatore assume di conseguenza un ruolo importante una volta definito con chiarezza una piattaforma ideologica precisa. L’intellettuale al servizio della comunità è una risorsa positiva poiché crea le condizioni per una profonda comprensione delle questioni del mondo e crea le condizioni per una convergenza culturale e politica necessaria. Se nel socialismo l’idea di comunità equivale all’idea di partito, visto la valenza pluralista e democratica accennata nei primi passaggi di questo capitolo, educazione è scuola e l’educazione politica dovrà avvenire nella scuola di partito.

La comunità socialista, concludendo, si forma allora all’interno della scuola di partito la quale agisce creando le condizioni per la formazione dell’identità socialista all’interno di un preciso quadro ideologico.

 

Sulla necessità dell’educazione politica

Particolare attenzione va, quindi, al ruolo del partito politico nella sua funzione educatrice dei militanti. L’educazione politica è prioritaria e lo strumento della scuola di partito è fondamentale se si vuole costruire una comunità ideologicamente preparata per un’azione politica duratura nel tempo. Ci sono però problemi oggettivi che andrebbero rimarcati.

Prima di tutto dobbiamo tenere conto della questione culturale di un Paese e di un popolo. Se i venti culturali muovono verso direzioni populiste, quindi anti-ideologiche, rimane complicato poter affermare che l’educazione ideologica socialista possa intaccare un sentimento dinamico comune che va in direzione opposta. I populismi non hanno colore ed essendo un sentimento diffuso ed in crescita in questo Paese, coinvolgono anche ampi strati della cosiddetta sinistra. Sono fenomeni che negli ultimi anni sono emersi in Italia e in altri Paesi europei, concretizzandosi in formazioni politiche che ci allontanano dalla formazione di una coscienza di classe precisa.

Il populismo di sinistra è altresì pericoloso perché baratta una crescita tattica ad una prevedibile sconfitta strategica, la quale consiste nel semplice fatto che non è certo il populismo di sinistra l’alternativa all’ideologia capitalista. Una ideologia si combatte e si vince solo con una ideologia alternativa.

L’educazione ideologica e politica si scontra, quindi, con un dato culturale che non può essere controllato o previsto. Il lento lavoro educativo socialista subisce continue pulsioni centrifughe da parte dei vari richiami della foresta oppure dall’avvento di nuovi messia mediaticamente famosi.

E si continua a sbagliare strada.

In secondo luogo dovremmo comprendere come il cambio di opinione, il riposizionamento politico del singolo individuo dipenda dall’abitudine e non dalla conoscenza. Vi è anche la componente importante dell’opinione della maggioranza, processo dinamico e in divenire, che andrebbe considerata.

Solo chi ha realmente compreso il suo credo politico, chi è ideologicamente preparato e pronto, è immune da cambi di casacca avvolte molto spinti. Dopotutto, negli ultimi settanta anni non è il comunismo, per esempio, ad aver cambiato pelle, ma sono coloro che si professavano comunisti ad essere diventati liberali. Chi è stato comunista, e con questo termine intendo un assetto ideologico preciso, lo è stato per abitudine, perché lo erano in tanti, andava anche di moda. Probabilmente era anche politicamente proficuo. Come ci insegna Cartesio, “...è assai più l’abitudine e l’esempio a persuaderci di qualche cosa anziché una conoscenza certa, e che nondimeno la maggioranza dei consensi non è una prova che valga per stabilire verità piuttosto ardue a scoprire, perché in tal caso è di gran lunga più probabile che sia stato un solo uomo a scoprirle che non un intero popolo...”.

La questione culturale, quindi, insieme alla profonda mancanza di conoscenza di ciò in cui si crede sono le premesse e, insieme, le problematiche che bisogna tenere in mente per poter affrontare giustamente qualsiasi attività educatrice socialista poiché, sempre come ci suggerisce Cartesio, “…essendo infatti l'atto del pensiero con il quale si crede una cosa diversa da quello per cui conosciamo di crederla, accade spesso che l'uno si dia senza l'altro”.


Sull’internazionalismo socialista

Nelle prime righe del Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels dichiaravano che la storia di ogni società è storia di lotte di classe, una lotta tra uomo libero e schiavo, tra patrizio e plebeo. Una lotta tra oppressori e oppressi. O si è oppressori, o si è oppressi. Entrambi rimarcavano la costante polarizzazione dei due campi: la borghesia e il proletariato. Useremo anche noi questi due termini.

Naturalmente il mondo è molto cambiato dai tempi di Marx e nei secoli il capitalismo si è molto evoluto elevandosi a sistema globale e transnazionale. Il capitalismo di tipo industriale ha oggi concluso una metamorfosi precisa verso un capitalismo più feroce di tipo finanziario il quale, nella giustezza dell’analisi marxiana della semplificazione della società moderna, ha contribuito a definire i due grandi campi nemici relegando la quasi totalità della popolazione mondiale tra gli oppressi.

Nel corso dell’ultimo secolo il mondo occidentale ha favorito politiche di stampo neoliberista facilitando la globalizzazione dei processi economici e, di conseguenza, dei processi sociali, culturali e comportamentali. Se, quindi, la responsabilità è delle classi dirigenti che hanno rafforzato la centralità del capitale rendendolo globale, si rende necessario capire quale strada percorrere per la graduale risoluzione dei conflitti sociali creati dal globalismo economico.

Marx sosteneva che il capitalismo era internazionale esattamente come lo era la classe dei lavoratori, il proletariato. La borghesia e il proletariato condividevano quindi la stessa dimensione ‘internazionale’ la quale presuppone rapporti e relazioni di classe tra le diverse nazioni. L’internazionalismo della classe presuppone che una classe sociale interagisca con la stessa di altre nazioni con normali relazioni e rapporti, con regole e accordi discussi e condivisi.

Aver permesso al capitale di lasciare la sfera dell’internazionalismo per accedere al globalismo ha significato aver permesso l’annullamento di qualsiasi intendimento comune, tra nazioni diverse, e gli ha permesso di ergersi al di sopra delle parti.

Il problema non è tanto nella transnazionalità dei processi e delle visioni del mondo, ma nel fatto che tale processo unificatore è capitalista ovvero pone al centro del discorso il capitale e non l’essere vivente. Proprio perché il globalismo è borghese, capitalista, prerogativa degli oppressori e non degli oppressi, e tutti i processi strutturali ruotano intorno alla centralità del capitale, il globalismo è di fatto autoritario poiché slegato dall’uomo. In un certo senso, l’antitesi positiva a tale globalizzazione dell’oppressione economica, sociale e culturale dovrebbe essere in una sorta di ‘globalismo socialista’, se si lascia perdere per un attimo l’accezione sociologica negativa del termine, il quale si pone come punto di arrivo di un cambio di paradigma globale raggiunto attraverso la messa in atto pratica dell’internazionalismo socialista.

Oggi potremmo dire, usando la terminologia marxiana, che il proletariato seppur potenzialmente una classe internazionale, è sfilacciato e residuale, e ha perso coscienza del proprio ruolo anche in ambito nazionale, mentre la borghesia è globalizzata e transnazionale. I due grandi campi nemici vivono oggi su dimensioni molto diverse, ognuno con le proprie armi e le proprie debolezze. Difatti, “la condizione essenziale per l'esistenza e per il dominio della borghesia è l'accumulazione della ricchezza nelle mani di privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale. La condizione necessaria a creare il capitale è il lavoro salariato”. Borghesia/capitale e proletariato/lavoro salariato rimangono in eterno conflitto. La storia delle lotte di classe è tra oppressori e oppressi, tra chi ha il capitale e chi non ce l’ha.


Il socialismo vive di coscienza e lotta di classe

Nell’autunno dello stesso anno in cui moriva Friedrich Engels, Lenin scrisse il suo articolo biografico sul grande socialista aprendolo con alcuni concetti chiari che ribadiscono come “nella loro opera scientifica Marx ed Engels furono i primi a spiegare che il socialismo non è un'invenzione da sognatori, ma lo scopo finale ed il risultato necessario dello sviluppo delle forze produttive della società moderna. Tutti ora sono consci del fatto che la storia fino ad oggi è stata la storia della lotta delle classi, della successione dei ruoli e della vittoria di alcune classi sociali su altre...Ed ogni lotta di classe è una lotta politica.

Esattamente come Lenin nel passaggio appena riportato, riportiamo costantemente l’attenzione sul concetto di lotta di classe, di lotta tra i due grandi campi avversi. Oppressi contro oppressori. Ed esattamente come Lenin nel suo “Che fare?” critica aspramente gli esponenti fautori di una sorta di economismo che allontanava le classi lavoratrici dalla lotta politica dirigendola verso forme di lotta di fabbrica per il solo miglioramento delle condizioni economiche dei lavoratori senza alcuna prospettiva politica, noi critichiamo le moderne forme di distrazione di massa che oggi reclutano forze vitali all’interno di sterili filoni propagandistici conosciuti sotto il nome di sovranismo, populismo, patriottismo.

Ogni epoca evidentemente ha le sue distrazioni per le classi meno abbienti le quali, invece di concentrare il proprio pensiero e la propria azione sul conflitto tra classi, si perdono in inutili conflitti tra sovranità, patrie, sovrastrutture. Se il capitalismo (e il liberismo, si intende) è l’avversario politico dei socialisti, i sovranismi e i populismi non sono altro che strumenti di distrazione di massa in mano ai padroni.

Che i socialisti lo sappiano!

E Lenin, così come Marx ed Engels naturalmente, se ci vedesse oggi scriverebbe le stesse parole scritte nel 1895, ovvero che l’opera compiuta “da Marx ed Engels è ora adottata da tutti i proletari che stanno lottando per la loro emancipazione; ma quando negli anni Quaranta i due amici entrarono nei movimenti sociali e nella letteratura socialista del loro tempo, essa era assolutamente nuova. C'erano molte persone, talentuose e meno talentuose, oneste e disoneste, che, assorbite dalla lotta per la libertà politica, dalla battaglia contro il dispotismo dei re, della polizia e dei preti, non riuscivano a vedere l'antagonismo esistente tra gli interessi della borghesia e quelli del proletariato.

Per questo motivo si riparte da Marx. Il socialismo riparte da Marx ed Engels. E’ assolutamente necessario per evitare che il socialismo venga definitivamente assorbito, nella storia, nella memoria e nello spirito, dai revisionisti e dagli opportunisti.

Il nostro compito è riportare il socialismo a casa, dopo troppi decenni, più di un secolo di distorsioni e tradimenti, in effetti. Il nostro compito è, quindi, chiaro e sarà una lunga battaglia politica non solo contro gli avversari di sempre, contro le armi di distrazione di massa appena menzionati, ma contro quella collettività di sedicenti socialisti che intendono il socialismo come strumento del capitale per l’addolcimento coatto dell’esistenza schiavizzata dell’essere vivente. Naturalmente non è così.


Sovranismo e populismo non sono il socialismo

La reazione al globalismo elitario, al transnazionalismo del grande capitale era certamente doverosa e auspicabile ma purtroppo si è avviata su un percorso alquanto pericoloso per gli effetti che nell’immediato futuro andremo a testimoniare. La reazione alla furia del capitale e alle crisi di sistema si sta traducendo in Europa in una sorta di revival del nazionalismo, in certi casi, e di un più confuso sovranismo di stampo populista che semina nelle ferite causate dalla ferocia del liberismo globale e raccoglie consensi di pancia e non di testa.

La cosiddetta sinistra riformista, se di sinistra si può parlare, è stata notevolmente ridimensionata dall’elettorato il quale consapevolmente ha compreso il doppio gioco della galassia democratica. Ovvero, da una parte spacciarsi per sinistra, con al seguito uno sparuto nucleo di socialisti cosiddetti riformisti, e dall’altra incentivare, aiutare il globalismo elitario contro gli interessi dei lavoratori e delle classi meno abbienti. Questo doppiogiochismo è stato scoperto, semmai con notevole ritardo, ed ora la fase di un progressismo falso che per anni ha lavorato per un capitalismo umanizzato è terminata.

La questione è che la reazione alla pseudo-sinistra amica dell’establishment e genuflessa agli interessi del capitale si avvia nella direzione sbagliata. Le politiche di impoverimento dei diritti sociali, infatti, insieme al costante aumento del degrado culturale nel Paese e, soprattutto, del progressivo deterioramento del livello educativo delle nuove generazioni, ha consegnato milioni di voti a chi parla alla pancia della gente e non certo alla testa. Il populismo, sia esso di destra che di sinistra, avrà comunque sempre l’effetto di ulteriormente allontanarci da un approccio analitico della politica, dall’analisi critica della società e dai ragionamenti sui processi strutturali e non solo sovrastrutturali.

Se la nostra lotta politica al globalismo è sempre attuale, ora dobbiamo aggiungere una lotta ferma contro i populismi e i sovranismi. Per quanto arcaica possa sembrare, la lotta dei socialisti per il socialismo è nello scontro politico tra classi, tra i grandi campi nemici come diceva Marx, che ha un senso compiuto nell’internazionalizzazione della lotta per l’emancipazione dei lavoratori e delle classi meno abbienti. Utilizzando la terminologia classica si potrebbe dire che il sovranismo è comunque sempre un'alternativa borghese allo status quo.

Sono, quindi, due i fattori che contraddistinguono la via al socialismo e ci allontanano da un pallido appiattimento su posizioni sovraniste e populiste de facto anti-socialiste.

Il primo fattore è nel conflitto tra campi, tra oppressi e oppressori, tra chi ha il capitale e chi non ce l’ha. Discutere di élite e di popolo non ha senso se non si chiarisce la loro relazione con il capitale e con il lavoro salariato. Il secondo fattore è nella necessaria internazionalizzazione del conflitto tra i due campi.

Queste due direttrici appena accennate escludono certamente il ricorso al populismo di sinistra il quale non è altro che un escamotage per accaparrare voti senza una chiara coscienza di classe, senza una chiara presa d’atto che si è e si vive nel campo degli oppressi. Inoltre, le due direttrici sopra menzionate escludono altresì il ricorso al sovranismo in quanto l’oppresso non cambia la sua condizione né la sua classe sociale a seconda del Paese in cui risiede. Il sovranismo è antitetico all’internazionalismo il quale rimane il faro del socialismo.

La nostra via è pertanto tracciata. Il nostro campo di riferimento è quello degli oppressi in patria così come oltre i confini nazionali, in solidarietà e in supporto degli oppressi di altri Paesi, ovunque essi siano. Se non si parte dalla solidarietà e dalla presa di coscienza di chi si è e in quale campo si conduce la propria vita, non si riuscirà a trovare nel socialismo l’alternativa di struttura alla centralità del capitale, e la pancia dei popoli ci porterà all’isolamento delle classi meno abbienti all’interno dei confini nazionali, e al trionfo di una élite sempre capitalista e ancora più selvaggia.

 

La retta via

La retta via è nel socialismo in quanto alternativa di società. Alternativa di sistema, strutturale, che si pone il problema di una nuova organizzazione della società partendo dai processi economici e produttivi, i rapporti tra classi e all’interno delle classi, e il completo superamento del sistema economico capitalista.

La sinistra, invece, è morta e quel che rimane si occupa della sola difesa dei diritti civili. Certamente sacrosanti ma del tutto insufficienti per il superamento del sistema economico capitalista. La sinistra, sia essa riformista o radicale non importa, è pervasa da un senso di smarrimento profondo, certamente per ragioni diverse, ma ambedue destinate alla irrilevanza politica. La sinistra non tratta più la questione di classe in quanto ne ha perso consapevolezza, e tale dimenticanza porta ad una confusione profonda degli obiettivi da perseguire e degli interessi da difendere.

Per quali motivi la sinistra ha smesso di parlare e discutere di classi sociali, di coscienza di classe, di lotta tra classi?

Se non si parte da queste semplici nozioni non si riuscirà a mettere in dubbio l’organizzazione del sistema economico capitalista. A meno che la sinistra in questo Paese e in Europa, la sinistra di oggi, non abbia nessuna voglia oppure interesse a trattare della questione strutturale e preferisca dedicarsi ai soli diritti civili, a tematiche cioè meramente sovrastrutturali.

Il nostro sforzo, di socialisti, consiste invece nel ribadire con forza e coraggio che il socialismo vive e si pone come alternativa di sistema sia al liberal-globalismo degli ultimi governi sia al populismo-sovranismo del nuovo governo, entrambi funzionali alla conservazione del capitalismo, più o meno nazionale, più o meno corporativo.

L'unica vera alternativa, la retta via, è nel socialismo poiché esso affronta le reali contraddizioni sociali rivendicando la necessaria ripresa della coscienza di classe che sfocia in un naturale conflitto tra classi, tra interessi diversi. Tra chi ha il capitale e chi non ce l’ha.

L’immigrato sfruttato e sottopagato nei campi, difatti, e l’operaio metalmeccanico che non arriva a fine mese appartengono allo stesso grande campo degli oppressi e alla stessa classe sociale del lavoratore salariato.

Paradossalmente è proprio nei luoghi dove è presente e vince la Lega che è più immediato far emergere la contraddizione sociale, all'interno della stessa classe, che vede fronteggiarsi italiani e non italiani, per un salario. Ci si combatte tra  oppressi senza comprendere che gli unici ad ingrassare sono gli oppressori, i capitalisti dei nostri tempi.

Mentre la sinistra continua a perdersi transitando dalla sfera ideologica a quella populista, la Lega conquista il voto operaio. E ci rimarrà per anni se noi socialisti non faremo emergere con forza le grandi contraddizioni che contraddistinguono le politiche della Lega.

Gli strumenti per farlo ci sono: educazione politica, osservazione e analisi critica della società e della sua organizzazione, coscienza di classe. Dobbiamo riprenderci gli operai, e non solo.

 

Il socialista non è, non può e non deve essere un opportunista

Voi mi chiedete quello che pensano gli operai inglesi della politica coloniale. Ebbene, esattamente quello che pensano della politica in genere: lo stesso dei borghesi. Vedete, qui non c’è partito operaio, ci sono soltanto conservatori e liberal-radicali, perché gli operai partecipano allegramente al festino del monopolio inglese sul mercato mondiale e nelle colonie. (da una lettera di Engels a K. Kautsky - 1882 – K. Marx, F. Engels, On Colonialism)

Oggi come allora, ci ritroviamo nella stessa condizione descritta da Engels a Kautsky. Seppure in un contesto storico molto diverso, anche “qui non c’è un partito operaio” e, oggi come allora, siamo circondati da due fronti molto diversi per prospettive strategiche e risvolti culturali. La destra nazional-reazionaria e il globalismo liberal-liberista.

Oggi come allora, un partito operaio non esiste e va costruito, con immensa pazienza e abnegazione, costanza e forza di volontà. Un partito di classe che lavori per il superamento del lavoro salariato, e che nel frattempo faccia gli interessi di chi percepisce il salario, di chi cerca il lavoro salariato, di chi è in pensione dopo decenni di lavoro salariato. Di chi è salariato precario oppure a tempo indeterminato. Sono tutti loro a far parte del grande campo degli oppressi in lotta permanente, anche se molto spesso inconsapevolmente, contro i capitalisti.

Discorrere di partito operaio equivale a discorrere di partito socialista. Il socialista è colui che persegue l’interesse della classe lavoratrice senza alcun tradimento, senza alcuna velleità opportunistica. Il socialista non è, non può e non deve essere un opportunista. Il socialista non è un traditore degli interessi degli oppressi del mondo. Chiunque, invece, si collochi per qualsiasi motivo al di fuori di questo chiaro tracciato etico, chi per qualsiasi interesse, egoismo o motivazione tradisce la fiducia di chi soffre nei bassifondi delle società moderne, non è da definirsi socialista. Non è un socialista. E’ altro.

Quanto detto è un chiarimento dovuto dopo troppi decenni di distorsioni e incomprensioni del significato più profondo del termine ‘socialista’. Siamo stati abituati a considerare socialisti coloro che, nei decenni, si sono alleati sfacciatamente ai poteri forti, ai grandi capitalisti, abbandonando del tutto la questione strutturale e rifugiandosi nelle questioni superficiali del sovrastrutturale. Siamo stati abituati a considerare socialisti coloro che ritengono dimenticata la questione dell’alternatività di sistema al capitalismo e, agiati tra i fortunati, ritengono che il socialismo debba servire per alleviare le pene causate dalle storture del capitalismo. Non è così. Essi non sono socialisti. Essi non professano il socialismo. Essi sono altro e professano altro.

Il socialismo ha senso compiuto nell’essere un sistema di società alternativo al capitalismo, e il socialista è colui che persegue tale fine. Siamo coscienti di essere una minoranza dopo troppi decenni di immondizia spacciata per socialismo e, anche se il lavoro da fare è tanto, è un dovere per le generazioni future perseguire questo nobile fine.

Diciamocelo, quindi. Il socialista deve essere ripensato parallelamente al ripensamento di una soggettività partitica del socialismo. Ci servirà tutto. Le politiche di struttura socialiste, l’organizzazione, le scuole di partito, le riunioni di sezione affinché gli iscritti diventino attivi militanti, la rivista teorica del socialismo, un giornale cartaceo di partito, un web-tv e una web-radio. Tutto questo ci servirà per modellare una rinnovata identità del militante socialista e con essa creare la comunità socialista attraverso lo strumento dell’impostazione ideologica e dell’educazione politica.


Sulla costruzione del socialismo organizzato

Il socialismo è progettualità e il partito è un progetto strategico, di lungo periodo.

Esattamente come i grandi potentati, le grandi dinastie e gli ordini religiosi lavorano al perseguimento dei propri obiettivi nell’arco dei secoli, non anni, la via al socialismo è un tragitto lungo nel tempo e nello spazio che non si può ritenere un fuoco di paglia. Equivalentemente, la costruzione del partito è da inquadrarsi in un ottica di lungo periodo in quanto strumento organizzato per il perseguimento del socialismo.

Chi pensa che la rifondazione del socialismo, inteso in senso largo, sia una questione di puro tatticismo ed il lavoro del partito, che tale rifondazione ricerca, una questione di breve respiro, non ha ben compreso lo spirito esistenziale e politico dell’organizzazione politica. Il partito ha il compito di lavorare per la rifondazione del socialismo su obiettivi chiari, autonomisti, e persegue quel processo di rinascita dell’alternatività al modello capitalista.

La rifondazione del socialismo avrà un futuro, da tramandare alle generazioni che verranno, solo se organizzato in una struttura politica. Partitica.

Ciò significa regole chiare, obiettivi politici e programmatici definiti. Toccherà poi a tutti gli uomini e donne di buona volontà contribuire alla realizzazione del partito che è l’unico strumento capace di modificare i rapporti di forza nella politica e, quindi, nella società. Il pensiero socialista non può essere slegato dall’azione socialista. Bisogna semplicemente mettersi a disposizione di questo grande e necessario progetto politico iniziando dal lavoro territoriale.

Radicarsi nelle comunità municipali e comunali. Crescere di forza con il lavoro politico, presentarsi alle elezioni municipali e comunali mettendoci la faccia, con la lista del partito, il logo del partito e tutti i candidati iscritti necessariamente al partito. Emergere dalle ceneri del socialismo come una nuova speranza per il socialismo e, di conseguenza, per il campo degli oppressi.

Lavoro che si muove lungo quattro direttrici strategiche.

Sul piano economico, dobbiamo invertire la rotta allontanandoci dalle massicce privatizzazioni degli ultimi decenni che anche in Europa hanno fatto danni enormi. Tutto quello che è di pubblica utilità, di pubblico interesse, tutto quello che riguarda tutti, deve essere di tutti. Dalle risorse naturali alla sanità, dalla scuola al sistema bancario. Il pubblico al pubblico. Il servizio ‘non sostituibile’ è servizio pubblico, come l’energia elettrica, l’erogazione del gas, l’acqua, il conto corrente. L’alternativa alla corrente elettrica è la candela come per il conto corrente è il materasso.

Altro aspetto riguarda la politica monetaria che deve tornare ad essere una funzione pubblica, gestita da un ente pubblico.

Sul piano sociale, piena ed equa ridistribuzione della ricchezza.

Sul piano politico, migliorare la qualità delle democrazie ampliandone la rappresentatività, il coinvolgimento, la partecipazione andando a toccare tutte le classi sociali. Non emarginando nessuno, non lasciando nessuno indietro.

Infine, il problema della concentrazione dell’informazione la quale distorce la verità, spesso la falsifica, per interessi particolari. E’ una questione globale che deve essere trattata a livello globale.

Quante anime perse vediamo vagare alla ricerca di un approdo che dia un senso politico compiuto a tutta una vita fatta di sacrifici politici. Lotte, tante sconfitte e pochissime vittorie. Tutte anime che ricercano, nel nome vacuo della sinistra, una via ormai persa, irrecuperabile, tramontata con il tramontare, volutamente orchestrato, delle “ideologie”. Abbiamo già detto loro, e da queste pagine lo ribadiamo, di lasciare perdere l’ambiguità della sinistra. Oggi, nel nostro mondo, tutto si ritiene di sinistra. Dal moderatismo liberale e globalista del PD alla confusa operazione di Potere al Popolo. Il futuro non è mai stato nel definirsi di sinistra. Il futuro è nell’alternativa di sistema, intesa in termini strutturali, ovvero nel socialismo organizzato.

Abbiamo già accennato che il socialismo è progettualità. Ricostruire il socialismo organizzato richiede oggi ricominciare a lavorare dalle fondamenta e riprendere, attualizzandolo, l’insegnamento ideologico dei padri del socialismo. La sinistra non entra affatto nell’equazione socialismo verso capitalismo, poiché oggi tutti coloro che sventolano la bandiera della sinistra sono de facto inconsapevoli ed involontari collaboratori del capitale e di tutto un sistema costruito intorno ad esso. Lo sono perché non mettono in discussione la centralità del capitale e, di conseguenza, non si abbandonano all’unica alternativa possibile, ovvero al socialismo. Anzi, al contrario, la variegata sinistra ne ha paura, timore, rifugge dalla realtà e dal futuro. Questa variegata sinistra, dal PD a Potere al Popolo, non ha affatto risolto la questione socialista, intesa in senso largo, e non potendola risolvere per un blocco psicologico inestirpabile, si ritira nella sola opposizione alle destre calandosi, di conseguenza, in un lavoro tattico che si porta avanti solo rimanendo nel campo avverso.

Noi, invece, la questione socialista non solo l’abbiamo risolta, ma siamo andati molto oltre. Abbiamo deciso che il socialismo è il futuro dell’umanità per l’emersione dell’uomo nuovo, e che su di esso bisogna investire risorse, energie e tempo. Confermiamo, quindi, che in noi troverete coloro che lavorano per la rifondazione del socialismo organizzato su obiettivi chiari, autonomisti, per il perseguimento dell’alternatività al modello capitalista.

Da queste pagine diamo un impulso forte per ridare dignità e anima teorica al socialismo assiomaticamente inteso come proprietà comune e controllo democratico dei mezzi di produzione, e per avviare un discorso tematico, definire un programma politico, di fase, iniziando dai temi primari come economia, lavoro, previdenza, banche e finanza, politiche sociali, che ci aiuti a definire il tragitto da seguire.

Siamo consapevoli che il superamento delle divisioni all’interno dell’ideologia socialista sia quanto mai necessario, e questa è la semplice ragione per cui parliamo di socialismo largo. Il nostro lavoro verte sulla rielaborazione teorica del socialismo in quanto alternativo in tutto e per tutto al modello capitalista. Capirete certamente che il campo è difatti molto largo e questo dato è certamente positivo. Dovremo lavorare molto sull’educazione politica per creare una coscienza socialista solida, e formare così una comunità di socialisti che ci permetta di perseguire i nostri fini politici territoriali, nazionali ed internazionali.

Gramsci diceva che l’ideologia è il “terreno su cui gli uomini si muovono”. L’ideologia socialista diviene, quindi, l’insieme strutturato e logico di idee socialiste atte alla definizione politico-programmatica di struttura e sovrastrutture per una società socialista.

La nostra missione.

 

Sulla territorialità

Nel disperato bisogno di correggere una situazione socio-economica ampiamente frantumata ed impoverita da anni di ruberie, di inettitudine politica e di immobilismo, cerchiamo di dare una mano a chi ne ha bisogno. Nel nostro piccolo perseguiamo un duplice fine. Da un lato l’azione politica per l’emancipazione delle classi subalterne, dall’altro lato soccorrere chi necessita di aiuto. La politica sorda non deve distoglierci da questo duplice percorso. Questa è la missione che cerchiamo di perseguire al meglio.

Oltre alla politica in quanto visione del mondo e della società che vorremmo, le diversissime realtà italiane hanno bisogno di sostegno, di assistenza, di solidarietà mentre il Paese intero sembra accontentarsi degli slogan roboanti, delle promesse riformiste dagli alti toni senza che, ad oggi, si sia visto uno straccio di miglioramento delle condizioni di vita delle persone.

Evidentemente chi si accontenta è felice così, e non è stato picchiato né dalla fame né dagli stenti, a differenza di tanti altri nostri concittadini. Il nostro ruolo è anche costruire solidarietà, cementare aggregazioni, offrire assistenza nei territori. Le nostre sezioni, oltre al necessario lavoro politico, devono divenire poli di assistenza e di solidarietà permanente.

Oggi fare politica ha assunto un significato molto diverso rispetto a diversi anni fa, rispetto a decenni fa. Il discorrere, l’analizzare le problematiche del Paese è ancora necessario ma non più sufficiente in quanto non fondamentale in un contesto di estesa sopravvivenza e di abbassamento dei bagagli culturali. I bisogni sono altri.

La nostra politica oggi deve, attraverso le sezioni territoriali, assistere la propria comunità, sostenere le giuste rivendicazioni di uomini e di donne. Soccorrere i casi più urgenti. La vita di sezione deve essere orgogliosamente di attiva resistenza politica ed assistenza civile.

Questo modus operandi è l’unica via che ci è concessa per far riemergere un senso comune di appartenenza, una causa comune, e che ci porti a poter efficacemente sostenere di aver dato un contributo umano e politico alla soddisfazione dei bisogni altrui.

Il nostro compito è di strutturare l’organizzazione, il partito, farlo crescere nella quantità e nella qualità, organizzandolo affinché superi senza affanni le sfide del domani. Quando saremo più forti, più strutturati, più organizzati, più visibili, saremo più capaci di far emergere un nuovo modo di intendere le politiche socialiste.

In un Paese che non cresce socialmente da troppi anni, in un’Europa dilaniata da divisioni politiche e in un mondo dove regna sovrano il colonialismo economico il quale condiziona fortemente la politica sino ai livelli più alti e suddivide anche i morti su basi economiche e politiche, è necessario costruire un nuovo interesse attivo e partecipato su quello che ci circonda quotidianamente.

Una società che vive e si evolve secondo direttrici economiche, politiche e, di conseguenza, sociali e comportamentali, dettate da pochi per il benessere di pochi e l’impoverimento di molti, richiede una politica, e quindi una forza, socialista forte, in ambito territoriale, nazionale e internazionale, che sappia rispondere alle difficoltà di intere cittadinanze passate troppo velocemente da una qualità della vita decente alla miseria più nera.

L’apprezzamento del lavoro come mansione utile anche alla collettività e necessaria per un appagamento personale non esiste più nelle forme che abbiamo conosciuto nel nostro non lontano passato. Al lavoro si è sostituito il denaro come motore che produce altro denaro, rigenerandosi.

Siamo arrivati a questo punto senza battere ciglio, senza un sussulto, senza una vera opposizione. Conosciamo il tragitto travagliato che il nostro Paese ha percorso negli ultimi decenni, così come conosciamo il degrado politico e sociale nei nostri quartieri, nelle nostre città.

Dobbiamo conoscere prima di tutto chi ci avversa ed operare di conseguenza. Da una parte, per un’attività di riflessione, è fondamentale conoscere gli ingranaggi del sistema economico odierno e trovare le forze motrici per un modello di sviluppo alternativo, misurabile su fattori di sostenibilità economica e sociale.

Il nostro lavoro è, quindi, necessario e dovremo fare di tutto per ricreare i presupposti di crescita, iniziando proprio da dove questa crescita è richiesta. Dagli strati meno abbienti delle nostre città e periferie, dove l’indifferenza e la povertà regnano sovrane.

Il partito, socialista e classista, è focalizzato sul lavoro territoriale. Ora tocca agire.

 

Strategia, socialismo largo e tattica

Prima di arrivare al concetto di socialismo largo organizzato, è necessario ricordare il nostro obiettivo politico: il completo superamento del sistema capitalista con il socialismo, quest’ultimo definito come “sistema della società che si basa sulla proprietà comune e sul controllo democratico dei mezzi e degli strumenti di produzione e di distribuzione della ricchezza nell’interesse dell’intera comunità” (Partito Socialista del Regno Unito, 1904).

Queste prime parole determinano un obiettivo politico finale, di lunga durata, strategico. Un punto di arrivo che indichiamo come società socialista e che definiamo riprendendo la definizione data dal Partito Socialista del Regno Unito nel 1904. Ci possono essere diverse sfumature di società socialiste, così come ce ne sono diverse nel capitalismo. Ma ciò non toglie che la variabile che determina il netto passaggio da un modello di società ad un altro sia nella proprietà, privata o comune, e nel controllo, democratico o meno, dei mezzi di produzione e di distribuzione. In definitiva, quindi, il nostro obiettivo politico strategico è la proprietà comune e controllo democratico dei mezzi di produzione e di distribuzione della ricchezza per e nell’interesse dell’intera comunità socialista. L’idea della proprietà privata dei mezzi di produzione e di distribuzione viene del tutto superata, diventa obsoleta, e la realizzazione della società socialista pienamente ottenuta.

Non parliamo qui, al momento, sul come, in quale modo, con quali metodi e processi, si arrivi ad una società socialista. Ci preme evidenziare il punto di arrivo del nostro percorso politico. Ovvero, se la società socialista così come è stata sopra definita è l’obiettivo politico dei socialisti, allora i socialisti devono essere, per quanto concerne l’obiettivo politico, assolutamente dogmatici, ortodossi. Non ci deve essere alcuno spazio per revisionismi, opportunismi e cambi di finalità. L’obiettivo politico rimane il raggiungimento di un mondo diverso il quale implica l’emersione dell’uomo nuovo. L’obiettivo politico dei socialisti deve essere scolpito sulla pietra, immodificabile. Chiunque pensi, invece, che il socialismo sia una sorta di metodo, di stampella, utile a smorzare gli effetti selvaggi del capitalismo, rendendolo umano, accettabile per il campo degli oppressi, non è un socialista e non persegue il nostro stesso fine politico: la società socialista.

Se l’obiettivo politico è chiaro, definito, senza alcuna possibilità di fraintendimenti, è ora il momento giusto per porre la questione del socialismo largo organizzato e la questione della tattica.

Per socialismo largo organizzato si intende la comunità socialista formata dalla scuola di partito che agisce creando le condizioni per la formazione dell’identità socialista all’interno di un preciso quadro ideologico il cui obiettivo politico è nel raggiungimento della società socialista. La realizzazione del socialismo largo organizzato presuppone, quindi, la rimozione di tutte le incomprensioni, le incrostazioni storiche, esclusivamente tattiche, all’interno dell’ideologia socialista il cui obiettivo strategico è il raggiungimento della società socialista. Edificare il socialismo largo organizzato significa costruire una comunità politica con una solida coscienza di classe che accolga tutti coloro che perseguono l’obiettivo strategico sopra definito e che sia la vita del partito, poi, a valorizzare la discussione propositiva sugli aspetti tattici. I socialisti devono essere dogmatici sull’obiettivo strategico; non lo siano sulla tattica.

La questione della tattica è materia di discussione interna al partito poiché non intacca assolutamente l’aspetto strategico con infiltrazioni revisioniste, ma indica una via, decide quali passi compiere per instradarsi verso l’obiettivo politico. L’obiettivo è unico; su come arrivarci è materia di discussione interna al partito. Quanto detto implica un deciso superamento delle divergenze tra socialisti e comunisti, se naturalmente si ha lo stesso obiettivo strategico.

Se la definizione di socialismo data all’inizio di questo capitolo è l’obiettivo ultimo di un percorso politico, socialismo e comunismo sono assolutamente equivalenti in termini strategici e, di conseguenza, qualsiasi organizzazione politica che si fondi su tale definizione, deve poter accogliere socialisti e comunisti indistintamente. Da tale organizzazione rimarrebbero esclusi, naturalmente, coloro che reputano il capitalismo adattabile alle esigenze umane.

Non vi è alcuna necessità e ragione, oggi, di porre paletti storico-ideologici tra socialismo e comunismo, tenendo sempre presente la definizione sopra data, e all’interno di essi.

Rimozione, quindi, di tutte le incomprensioni. Oggi dobbiamo rifondare una organizzazione politica socialista sul socialismo di classe che abbia come obiettivo il superamento del sistema capitalista. C’è bisogno di tutti, da chi ha tendenze più riformatrici a chi ha un’indole più rivoluzionaria.

E’ fondamentale oggi rompere tante barriere e ripartire con un pensiero rinnovato rimuovendo le barriere tra riformatori e rivoluzionari, tra socialisti e comunisti.

Moltissimi socialisti e moltissimi comunisti, invece, hanno ormai abbandonato l’impostazione ideologica socialista, rifugiandosi nel più comodo campo avverso borghese. Essi, chiaramente, non perseguono i nostri fini politici.

Non ci sono più margini per divisioni su tatticismi che fanno il gioco del capitale e dei padroni. La discussione sull’aspetto tattico, ovvero sul come condurre il partito, ovvero l’organizzazione, verso l’obiettivo strategico comune, è la linfa che alimenta la discussione in un grande partito socialista, operaio, di classe.

La questione tattica, è stata variegata e multiforme e ha contenuto le motivazioni delle scissioni avute nel socialismo internazionale. In particolare, sulla questione della differenziazione tra riforma e rivoluzione. Si è errato pesantemente nello scindersi su una questione del genere, e seppur con motivazioni che, contestualizzati, possono sembrare reali, si è indebolito il movimento socialista tutto. Chi continua a porre la questione tra riforma e rivoluzione come una questione strategica continua a sbagliare. Continua a ripetere lo stesso errore già commesso nella storia del socialismo.

Non discutiamo la necessità di rompere con chi considera il socialismo una sorta di ciambella di salvataggio per il capitalismo. Non consideriamo come compagno di viaggio chi desidera un capitalismo umanizzato. Questo punto lo abbiamo già affrontato, e lor signori sono fuori dal nostro campo di azione, sono quinte colonne che lavorano contro la prospettiva socialista nel mondo.

Discutiamo, invece, di donne e uomini che hanno lo stesso desiderio politico, ovvero superare profondamente e strutturalmente lo status quo per l'emersione non solo di una società diversa, giusta, ma per l'emersione di un essere umano nuovo.

Chiunque abbia questo sogno e lavora per realizzarlo, deve essere partecipe e militante all’interno della stessa organizzazione. Riforma e rivoluzione sono degli strumenti per la  realizzazione di un percorso politico. Essi sono opzioni, sono il mezzo. Non il fine. Non sono e non devono essere la motivazione che porta uomini e donne a rompere oppure a non convergere in una stessa organizzazione. Guardando agli errori commessi, dobbiamo imparare e rimediare.

Ripartire come organizzazione politica evitando differenziazioni nefaste e fuori dal tempo. Riforma e rivoluzione devono essere considerati come strumenti tattici in mano al partito il quale, tenendo conto del contesto storico, attualizzando appunto gli insegnamenti dei padri del socialismo, decide come procedere e quali leve usare. Sarebbe un errore logico, nonché politico, definirsi riformatori o rivoluzionari, o l’uno o l’altro. Siamo socialisti con un unico obiettivo politico e usiamo quello che ci serve per raggiungere tale obiettivo, tenendo conto della realtà in cui siamo.

E’ nostro l’onere di riorganizzare le idee, rielaborare il socialismo dal punto di vista teorico ed avviare un percorso organizzativo inclusivo che eviti gli errori commessi in passato. Errori che, tra scissioni e incomprensioni, hanno distrutto una speranza che oggi sarà molto complicato ravvivare. Sta a noi riorganizzare la teoria socialista per il futuro, a noi l’onere di ripensare il socialismo.

 

Il socialista è sia riformatore che rivoluzionario

Riforma e rivoluzione sono gli strumenti del partito per arrivare al socialismo.

Dobbiamo chiarirci su alcuni termini da usare. Alcuni ritengono che parole come ‘proletariato' e ‘borghesia' siano ormai antiquati. Forse lo sono, ma lo sono in modo direttamente proporzionale alla sconfitta culturale del socialismo. Almeno sino ad oggi. Coloro che ci rimproverano l’uso di terminologia, per lor signori, antiquata forse hanno le stesse timidezze quando devono citare altre espressioni quali ‘lavoratori’, 'lotta di classe, 'coscienza di classe'.

Vorremmo, quindi, fare chiarezza da subito e indicare quei termini che reputiamo attualissimi, anzi da recuperare. L’avversario politico è l’oppressore, il capitalista. Il capitalismo. Il nostro popolo di riferimento, invece, le classi sociali che difendiamo sono composte dagli oppressi, dai lavoratori salariati, da donne e uomini disoccupati, pensionati. Marx ed Engels dichiaravano che la storia di ogni società è storia di lotte di classe, una lotta tra uomo libero e schiavo, tra patrizio e plebeo. Una lotta tra oppressori e oppressi. I termini ‘oppressi' e ‘oppressori' non sono forse attualissimi? Certamente si e li adopereremo profusamente.

Tornando a noi. Nell’ultimo capitalo tornavamo sull’idea della riforma e della rivoluzione, non della riforma oppure della rivoluzione. Dicevamo che "riforma e rivoluzione sono degli strumenti per la realizzazione di un percorso politico. Essi sono opzioni, sono il mezzo. Non il fine". Rosa Luxemburg, in particolare, scriveva nella sua critica a Bernstein:la socialdemocrazia può dunque essere contro la riforma sociale? O può contrapporre la rivoluzione sociale, il rovesciamento dell'ordine esistente, che costituisce il suo scopo finale, alla riforma sociale? Sicuramente no. Al contrario, per la socialdemocrazia la lotta pratica quotidiana per delle riforme sociali, per il miglioramento della condizione del popolo lavoratore anche sul terreno dell'ordine esistente, per delle istituzioni democratiche, costituisce la sola via per condurre la lotta di classe proletaria e per lavorare in vista dello scopo finale, che è la presa del potere politico e l'abolizione del salariato. Fra riforma sociale e rivoluzione sociale esiste per la socialdemocrazia un nesso indissolubile, in quanto la lotta per le riforme costituisce il mezzo ma lo scopo è la trasformazione della società.”

Il partito deve avere a disposizione entrambi gli strumenti, quindi, e usarli nel miglior modo tenendo conto della realtà politica e sociale nazionale ed internazionale. Così come l’approccio rivoluzionario non nega la riforma sociale, così l’avanzata riformatrice non nega l’atto rivoluzionario. Quando e come usarli dipenderà dalle condizioni al contorno. L’importante è rimanere focalizzati sull’obiettivo strategico, ovvero sul superamento netto del capitalismo e della sua ideologia.

La Russia di inizio Novecento era molto diversa dalla Germania nello stesso periodo. Il nostro mondo, cento anni dopo, è altrettanto cambiato e misurarsi con la realtà, con le forze in campo e a nostra disposizione, con la muscolosa presenza di avversari politici in crescita, impone a tutti i socialisti di avere i piedi per terra. Servono educazione e organizzazione politica.

Non discutiamo, quindi, di rivoluzione a prescindere, senza tenere in dovuta considerazione le condizioni storiche, politiche e sociali di una società. Come suggerisce Kautsky, la guerra di annientamento, ovvero l’atto rivoluzionario deciso, era lo strumento da usare, e l’unico possibile, nella Russia zarista dove vi era assoluta oppressione. In quel contesto storico, in quel frangente, l’avanzata del socialismo non poteva assolutamente fare leva sull’azione riformatrice non essendoci i presupposti, né se ci fossero stati sarebbe stato lo strumento più efficace per arrivare al socialismo. In quel contesto storico, in quel frangente temporale con quelle condizioni al contorno, l’atto rivoluzionario, seppur l’unico, era lo strumento più adatto a superare lo sfruttamento, l’oppressione, l'assolutismo di pochi nei confronti dei molti. Ma ciò non è necessariamente vero sempre e ovunque.

La guerra di logoramento di Kautskyana memoria, l'azione per esempio riformatrice, può essere una modalità di pratica politica da usare. Riforma e rivoluzione, guerra di logoramento e guerra di annientamento, sono tattiche che il partito ha a disposizione e sulle quali discute, valuta, decide, tempi e modi per il loro utilizzo. Entrambi strumenti, come chiariva lo stesso Kautsky, che miravano a sconfiggere gli oppressori, a superare la centralità del capitale ed avviare l’era socialista, e non, al contrario dei revisionisti, a trovare un accordo con la borghesia.

La guerra di logoramento, quindi, implica l’azione riformatrice mentre nelle retrovie gli oppressi si educano, si organizzano. Prima l’educazione politica, prima l'organizzazione partitica mentre si portano avanti le lotte politiche e sociali attraverso l’opera riformatrice. Bisogna acquisire la coscienza di essere oppressi prima di poterlo rivendicare e agire di conseguenza.   

 

Transizione al socialismo oppure regressione alla barbarie

Rosa Luxemburg una volta ci ammonì e ci avvisò con il suo “Socialismo o barbarie”. E sempre Rosa Luxemburg ci spiegò di aver attribuito il concetto a uno dei fondatori del socialismo moderno, ovvero a Friedrich Engels, il quale spiegò un concetto semplice ed immediato, che è base del nostro lavoro politico, ovvero `la società borghese si trova ad un bivio, o la transizione al socialismo o la regressione alla barbarie

Su questo punto, sul bivio davanti al quale la nostra società continua a trovarsi, Rosa continua dicendoci che “finora tutti, probabilmente, abbiamo lette e ripetute queste parole senza rifletterci, non sospettando la loro spaventosa serietà. Oggi ci troviamo di fronte la scelta preconizzata con esattezza da Engels nella precedente generazione: o il trionfo dell’imperialismo e il collasso di ogni civilizzazione come nell’antica Roma, e dunque spopolamento, desolazione, degenerazione – un enorme cimitero. Oppure la vittoria del socialismo, il che significa la cosciente e attiva lotta del proletariato internazionale contro l’imperialismo ed i suoi metodi di guerra.”

Rosa Luxemburg era nel giusto. In tanti leggono e ripetono a memoria il monito “socialismo o barbarie” senza una ponderata riflessione, poiché se tale riflessione ci fosse stata saremmo già ben avviati nella costruzione dell’alternativa di sistema, strutturale, al modello capitalista. Forse tale alternativa sarebbe già stata compiuta.

Torniamo, quindi, al titolo. Transizione al socialismo oppure regressione alla barbarie.

Negli ultimi decenni siamo stati testimoni di un forte regresso culturale, sociale e politico. Possiamo di conseguenza affermare che la barbarie è oggi realtà e che le nostre società moderne hanno assorbito, sino nel degrado sociale più profondo, le contraddizioni e le inefficienze strutturali del sistema economico attuale. Quale ricetta allora per invertire la rotta, allontanarci dalla regressione alla barbarie ed avviare la transizione al socialismo? Esattamente quanto detto da Marx e Engels dopo la disfatta della comune di Parigi, ovvero “un lento lavoro di organizzazione e di educazione”.

Educare ed organizzare. Educare per la formazione dell’identità culturale e politica socialista, ed organizzare gli iscritti per una efficace azione politica.

 

Che fare?

Che fare, quindi?

Avevamo già detto mesi fa che la “sinistra è morta, il socialismo no”. Non abbiamo bisogno degli ultimi risultati elettorali per comprenderlo. E per diversi motivi. 

Primo, partiamo da destra dichiarando che il Partito Democratico non è mai stato un soggetto politico di sinistra e ciò significa che aver vinto o perso non cambia i termini del discorso. Rifarsi continuamente al fallimento del PD non aggiunge alcun contenuto poiché è il contenitore che non esiste in un ipotetico schieramento che dovrebbe definirsi di sinistra. Il cosiddetto centrosinistra, poi, non esiste più, così come non esiste più una costola socialista, liberale, repubblicana che ha contribuito enormemente alla liquefazione di una prospettiva socialista in questo Paese.

Questo ultimo punto è sicuramente il più grande rimpianto di migliaia di socialisti italiani. Aver visto, a tratti con sciocca indifferenza, la deriva del socialismo organizzato verso forme sempre più genuflesse al PD e ai suoi referenti economici, all’élite economica e finanziaria italiana ed internazionale. Da questo stato è necessario uscire e noi, consapevoli del lungo tragitto che ci attende, riavviamo un discorso fondativo del socialismo partendo dalla consapevolezza della necessità storica di una riemersione della coscienza di classe e, conseguentemente, del confronto aspro tra gli interessi diversi che conduce alla lotta tra campi avversi.

Riprendiamoci i vocaboli e parliamo apertamente di coscienza di classe e lotta di classe. Il socialismo saprà riemergere in un forma organizzata se saprà riappropriarsi con orgoglio di un vocabolario dimenticato. Dimenticato il vocabolario, i socialisti hanno dimenticato gli interessi della classe lavoratrice. E’ tempo di riprendere le fila di un discorso volutamente interrotto per interessi estranei a quelli delle classi più deboli, dei lavoratori, dei pensionati, di chi cerca lavoro. Di chi non ha il capitale e non vive di profitto.

Secondo, scartato il PD con la sua galassia di partitini satelliti di diversa estrazione politica, alla sinistra del PD ci sono alcune forze che si richiamano chiaramente alla tradizione socialista e comunista, e che nella Sinistra Europea trovano un ancoraggio comune, che possono riprendere e valorizzare quanto scritto in queste pagine per l’emersione di una alternatività classista, socialista, al sistema economico capitalista. Serve, però, arrivare ad acquisire una identità di classe nelle modalità descritte in questo lavoro.

Ecco il termine giusto: identità.

Quanti voti, elettori, militanti la sinistra ha perso negli anni per mancanza di una identità politica ed ideologica precisa? Milioni. C’è chi si è rintanato in Potere al Popolo come via d’uscita ad una catastrofe fatta di numeri e percentuali non capendo che anche questa via d’uscita manca di una sua chiara identità ideologica.

Quindi, che fare?

Continuare con il lavoro di costruzione identitaria di un soggetto politico su chiare basi ideologiche, di classe, e ciò apre un mondo, un discorso non lineare ma chiaro sul che fare. Un lavoro da fare all’interno del “socialismo largo organizzato”. Il socialismo per noi dovrà costituire una alternativa di società.

Abbiamo già rimarcato il fatto che la comunità socialista si forma all’interno della scuola di partito la quale agisce creando le condizioni per la formazione dell’identità socialista all’interno di un preciso quadro ideologico.

Il primo passo, quindi, è conoscere il campo entro il quale ci si vuole muovere e lavorare.

Esso è stato definito, delimitato ed ora parte il nostro lavoro politico.

Il secondo passo consiste nel potenziare il lavoro teorico sul socialismo attraverso gli strumenti abituali (rivista, giornale, ecc.) di educazione politica e filosofica che ci conducano verso un punto di vista superiore, verso la visione dell’uomo nuovo in una società nuova.

Il terzo passo è attivare sedi, a livello locale, per la scuola del partito. Rimarcavamo, difatti, che “lo sviluppo politico della militanza, e quindi del partito, consiste nello studio profondo della storia politica, della filosofia politica socialista e nell’attrezzarsi con tutti quegli strumenti atti ad analizzare le cause e delineare le soluzioni per le problematiche strutturali delle società moderne”.

Inoltre, “l’educatore assume di conseguenza un ruolo importante una volta definito con chiarezza una piattaforma ideologica precisa. L’intellettuale al servizio della comunità è una risorsa positiva poiché crea le condizioni per una profonda comprensione delle questioni del mondo e crea le condizioni per una convergenza culturale e politica necessaria. Se nel socialismo l’idea di comunità equivale all’idea di partito, visto la valenza pluralista e democratica accennata nei primi passaggi di questo scritto, educazione è scuola e l’educazione politica dovrà avvenire nella scuola di partito.

La scuola è il collante della militanza ed è l’unico strumento che possa creare positivamente una comunità politica ideologicamente preparata e quindi estranea, indifferente ed immune agli sbalzi di umori e di opinioni della politica liquefatta dei nostri tempi.

Il quarto passo è favorire l’emersione, a questo punto naturale, della comunità socialista la quale esprime una sua chiara identità politica. Essa coincide con il partito politico, lo strumento democratico e costituzionale che pone una sua piattaforma politica al vaglio degli elettori e della storia.

Nasce così il partito organizzato, il quale “assume da subito un ruolo stabilizzatore per una comunità politica e di modellamento di una futura classe dirigente, ideologicamente educata e politicamente organizzata per il difficile lavoro territoriale. Il partito è da considerarsi progetto in divenire, dinamico, che cresce o decresce con i flussi politico-culturali della società. Non è un sistema rigido, e può essere un mondo altamente democratico, se lo si vuole, nel quale si discute e si richiede la discussione da parte di tutti. Sicuramente, se il lavoro ideologico-educativo è fatto bene, il partito non sarà mai un luogo dove si entra e si esce a seconda delle personali opportunità.

 

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